lunedì 30 aprile 2012

Presentazione Libreria Irnerio - Bologna 12 maggio ore 18:00

Sabato 12 maggio, alle ore 18:00 presso la Libreria Irnerio di Bologna (Via Irnerio 27), si terrà una presentazione di Fantaweb 2.0. Saranno presenti gli autori Massimo Ferri, Angelo Frascella, Stefano Andrea Noventa, Emanuele Gabellini e Andrea Viscusi, oltre all'editore Luigi Petruzzelli. L'incontro sarà moderato da Piero Pozzi e arricchito dalle interpretazioni di alcuni brani dei racconti da parte degli attori della compagnia "I Servi dell'Arte".




lunedì 16 aprile 2012

La medaglia d'argento di Andrea e il racconto di Daniele...

Mi fa piacere segnalare due novità su due degli autori di Fantaweb 2.0.
La prima è l'ottimo risultato di Andrea Viscusi, secondo al premio Giulio Verne, con il racconto "Sinfonia per Theremin  e merli".


L'altra è la pubblicazione sul numero 29 della WMI (in uscita in questi giorni) del racconto di Daniele Picciuti, intitolato "Nella sete e nel pianto".

Buone letture.

La saga degli Yilanè di Harry Harrison

Articolo originariamente pubblicato su Unknown to Millions


Da quando i primi fossili sono stati identificati nel diciannovesimo secolo, i dinosauri hanno affascinato profondamente l'uomo. L'idea di questi lucertoloni, tanto vicini nell'immagianrio collettivo a creature mitologiche come draghi e serpenti marini, che in passato hanno occupato la Terra, ha portato fin da subito a immaginarli protagonisti di storie ambientate nel loro passato, in un insolito presente o un possibile futuro. Esistono numerosi esempi famosi della formula "uomo vs dinosauri", ma prima di Jurassic Park, prima di Terra Nova e di Dinotopia, una delle più intelilgenti saghe che vedono i dinosauri protagonisti è quella di Harry Harrison. Autore non tanto conosciuto al grande pubblico, considerati anche i lunghi decenni di carriera, nel corso degli anni '80 ha pubblicato la saga di Eden, meglio conosciuta in Italia come quella degli (o delle) Yilanè.

Il ciclo è composto di tre romanzi: West of Eden, Winter in Eden e Return to Eden, da noi rispettivamente L'era degli Yilanè, Il nemico degli Yilanè e Scontro finale. La trilogia è ambientata in una Terra alternativa, ma definire la storia come un'ucronia è riduttivo. Infatti il punto di divergenza è davvero remoto: l'ipotesi di partenza dell'universo di Harrison è che l'asteroide che alla fine del mesozoico avrebbe colpito la Terra, provocando un'estinzione di massa di buona parte della fauna, non abbia mai raggiunto il nostro pianeta. In soldoni, i dinosauri non si sono estinti. L'evoluzione delle creature preistoriche è progredita, e se come comunemente si ritiene è vero che è stata la scomparsa dei dinosauri a rendere possibile l'ascesa dei mammiferi, si capisce come il mondo sia molto diverso da quello che conosciamo noi. La storia però non si svolge in quell'epoca, ma pressappoco nel presente (si potrebbe parlare di un "presente geologico": magari non è proprio il 1985 AD, ma un'età geologicamente equivalente). Gli eredi di quelle forme viventi rettiliane si sono ormai diffusi sul pianeta, o almeno su quello che è il Vecchio Mondo. Nelle Americhe invece, le condizioni climatiche non hanno favorito la sopravvivenza degli animali a sangue freddo, e qui sono invece emersi i mammiferi: cervi, mastodonti, tigri dai denti a sciabola... e umani. Ok, l'ipotesi che degli Homo possano essersi evoluti a partire dalle scimmie del Nuovo Mondo forse è un po' pesante, ma ci si sente di doverla accettare.
In Eurasia e Africa invece, i mammiferi sono rimasti al livello dei toporagni, e tutte le nicchie sono occupate da arcosauri. In particolare, sono appunto gli Yilanè ad aver conquistato il mondo nel senso più proprio del termine. Ottenuta una forma di intelligenza avanzata nel corso dei milioni di anni, gli Yilanè hanno costiuito una società complessa ed estesa, basata su una avanzatissima tecnologia organica che utilizza l'ingegneria genetica per ricavare strumenti di ogni genere a partire da creature viventi. Ma il clima sta cambiando, e a causa di quella che probabilmente è la prima glaciazione di questa Terra alternativa, gli ectotermici Yilanè sono costretti a cercare nuovi approdi per le loro città viventi in espasione. A bordo dei loro uruketo (ittiosauri modificati per diventare sommergibili da trasporto), sbarcano infine sulle coste americane. Dopo l'incontro con i Tanu, gli umani che occupano quella zona, l'odio reciproco, dettato da una innata repulsione degli uni verso gli altri, è istantaneo e dirompente. La guerra è scontata: gli Yilanè hanno bisogno di queste nuove terre calde per prosperare, i Tanu devono resistere all'invasione per non essere annichiliti. Non ci sono vie di mezzo.

mercoledì 11 aprile 2012

Andrea Viscusi


Andrea Viscusi, aka Piscu, è nato nel 1986 in Toscana, dove risiede tuttora. Laureato in statistica e appassionato di fantascienza e musica elettronica, scrive da alcuni anni dedicandosi principalmente a racconti “fantastici” in senso ampio. Ha pubblicato numerosi lavori in diverse antologie, tra cui Short Stories (Edizioni Scudo), N.A.S.F. (NuoviAutori), Corti (Edizioni XII), 365 racconti per un anno (Delos) Riflessi di Mondi Incantati (Giochi Uniti), Uomini e Spettri (Bel-Ami), Fantaweb 2.0 (Edizioni Della Vigna) Steampunk! (Edizioni Scudo). Ha vinto o si è classificato in alcuni concorsi come, OperaNarrativa, Trofeo RiLL, Circo Massimo, Robot, Giulio Verne. È stato eletto Scrittore dell’Anno 2011 da Edizioni XII. Con le Edizioni Scudo ha pubblicato l’antologia Il senso della vita in forma di e-book gratuito. Tre suoi racconti sono stati tradotti in francese da Pierre-Jean Brouillaud e sono disponibili in rete. Ha ideato e gestisce tuttora il sito di indovinelli online Cinenigmi. Scrive a intervalli irregolari suo blog Unknown to Millions.

martedì 10 aprile 2012

Sopravvivere al futuro 2/6 - Via da questo mondo

Una delle migliori scommesse sul sistema che ci porterà nello spazio a buon mercato riguarda il cosiddetto ascensore spaziale, ma ci sono molte proposte di progetto: skyhooks (“ganci dal cielo”), cavi spaziali, anelli di lancio, fontane (che sono, credo, particolarmente promettenti se unite a fonti efficienti di energia rinnovabile, perché possiamo realizzarle con la tecnologia disponibile ora) e anche anelli orbitali.
Per alcuni di essi non abbiamo ancora scoperto le tecniche e i materiali adatti, ma per altri mancano solo impegno politico e finanziario.
Perché non cominciamo a pensare seriamente a queste tecnologie?
Perché non siamo interessati alle enormi possibilità, in grado di cambiare la vita a tutta la popolazione del pianeta, che risiedono appena al di là del sottile strato di gas sopra le nostre teste?


 Il potenziale economico del pianeta è e sarà immenso fintanto che le sue risorse non si esauriranno del tutto, e potrebbe essere messo al lavoro verso un obiettivo invece di venire sprecato in guerre locali per gli spiccioli che beneficiano solo una frazione insignificante della popolazione. C'è del profitto da fare nello spazio, un sacco di profitto.
Questa è una delle cose che mi stupisce: il capitalismo è sempre all'inseguimento del profitto, giusto? È quel che fa. È quel che è. Quindi come mai non ha ancora riposto alla sfida? La resistenza politica ad un progetto di tali, immense proporzioni, senza alcun visibile e immediato ritorno economico, è forte, ma non penso sia questo il problema. La politica non ha mai fermato un uomo d'affari in corsa verso il denaro: torcere dietro la schiena, con crudeltà, il braccio del governo è l'allenamento mattutino per ogni seria multinazionale.
Forse ancora non capiscono cosa c'è la fuori.

Prendete la Luna, ad esempio.
Ci siamo già stati. È facile da raggiungere, richiede solo tre giorni di viaggio. Ha un'area corrispondente a un quarto di tutte le terre emerse terrestri, un po' più piccola del continente asiatico. Il che vuol dire un sacco di spazio per costruire colonie, laboratori, centri di ricerca, fabbriche, persino fattorie a tenuta stagna.
Potremmo anche vivere di quel che offre il nostro satellite, se diventassimo abbastanza bravi in ingegneria. Ma anche senza questo, con il supporto della Terra, potremmo trasformare la Luna in un secondo mondo da abitare. Presenta una quantità di vantaggi. La sua massa ridotta significa un pozzo gravitazionale meno profondo, che ci permetterebbe di lanciare da lì navi spaziali verso il sistema solare esterno con risparmi notevoli. Ci sarebbe utile per produrre materiali impossibili da creare sulla Terra. La Luna non è un mondo ricco: senza attività tettonica è difficile trovare depositi di minerali, ma lassù si reperiscono idrogeno, ammoniaca, metano, mercurio, sodio, argento e persino acqua, se solo saremo in grado di scovare un modo economicamente vantaggioso di estrarli.

Marte è un candidato migliore. Più massivo, più lontano, ma incommensurabilmente più prezioso per i coloni. Dovremmo pensare a modi di terraformarlo, renderlo adatto alla vita umana. Sono stati concepiti molti metodi per raggiungere questo obiettivo. Potremmo aggiungere acqua all'atmosfera e cambiarne il contenuto (o modificare l'inclinazione e la velocità di rotazione del pianeta, se volessimo) facendo schiantare corpi asteroidali e cometari sulla superficie. Potremmo seminare il terreno marziano con licheni e piante geneticamente ingegnerizzati per aiutare l'aumento dell'ossigeno, potremmo indurre un effetto serra per aumentare la temperatura. Siamo riusciti a fare quest'ultima cosa sul nostro pianeta in soli 100 anni e senza rendercene nemmeno conto: perché non su Marte e intenzionalmente?

Titano, inoltre, è un caso a sé: un trampolino di lancio.
Si tratta di una delle lune di Saturno, l'unica del sistema solare ad avere un'atmosfera degna di questo nome. È un posto straordinario. Grande all'incirca come Mercurio, ha un'atmosfera composta per la gran parte di azoto, metano e vari idrocarburi, ossidi del carbonio e altro. Piove metano, emesso da vulcani “freddi” che eruttano anche una lava composta da ghiaccio d'acqua e ammoniaca (questo e altri indizi ci dicono che il mantello di Titano è probabilmente composto da acqua liquida e ghiaccio cristallizzato). La luce del sole trasforma il metano in toline di vario tipo – un misto di idrocarburi e altri polimeri, molecole organiche – che piovono nei laghi e fiumi di etano e metano che si trovano sulla superficie. C'è anche tanto azoto e chiunque abbia un giardino sa a cosa serve quello.
Titano è una enorme fabbrica di composti organici.
Con quel che si trova sulla superficie, con le tecnologie già disponibili, possiamo sintetizzare del cibo. Fertilizzanti. Carburante. Senza contare l'elio-3 che potremmo estrarre da Saturno.
Non sarà un bellissimo posto per farci casa, ma potremmo usare le risorse di Titano per terraformare altri mondi.

Una volta trovati o creati altri luoghi in cui vivere, una volta che un blocco significativo della popolazione della Terra si sarà trasferito lassù (o quando gli umani extraterrestri cominceranno ad avere figli, due, tre generazioni di figli), le nostre uova non saranno più tutte in un solo paniere. Potremo tirare un profondo sospiro di sollievo.
L'umanità sarà finalmente, almeno in parte, al sicuro da incidenti.
La cosa meravigliosa è che questa non è la nostra sola possibilità di riuscirci.
Abbiamo una varietà di scelte, di passi intermedi da intraprendere.

lunedì 9 aprile 2012

Fantaweb 2.0 il 15 aprile a Bari

Domenica 15 aprile le Edizioni della Vigna parteciperanno alla Levantecon di Bari, manifestazione di scienza e fantascienza. Lì  saranno presentati, oltre a "Strani nuovi mondi 2012" (insieme agli autori finalisti del Premio Giulio Verne), l'antologia "Fantaweb 2.0" (con gli scrittori Donato Altomare e Andrea Viscusi). 

Ingresso gratuito; maggiori informazioni sul sito ufficiale http://www.levantecon.it/


sabato 7 aprile 2012

Stefano Andrea Noventa

Stefano Andrea Noventa è padovano, classe 1980. Laureato in Fisica e dottore di ricerca in Scienze Cognitive. Appassionato di musica, film, fumetti, giochi di ruolo, computer ma soprattutto fantasy e fantascienza. Finalista o vincitore in diversi premi letterari tra i quali il Trofeo RiLL, il Sentiero dei Draghi, il premio WMI e il concorso Rondò Veneziano. Alcuni suoi lavori sono apparsi su riviste come Delos, Writers Magazine Italia, PC World Italia e in varie antologie come Dragonland, edita da Delos Books, e Carnevale, edita da Edizioni XII. Collabora inoltre con Edizioni XII in veste di consulente ed editor e con l'Associazione culturale Terre di Confine per la quale è tra i curatori del concorso Storie di Confine.
Il suo racconto è Alter Ego.

giovedì 5 aprile 2012

Emanuele Gabellini


Emanuele Gabellini nasce a Roma nel 1972. Si diploma in grafica pubblicitaria all’Istituto Statale d’Arte Silvio D’amico di Roma.
È bassista cofondatore della rock band Santarita Sakkascia.
Nel 1997 intraprende la strada dell’arte visiva, pur non tralasciando completamente quella musicale. Partecipa a mostre di pittura, video e fotografia in tutta Italia.
È l’ideatore del Giornale del Giorno Dopo e dell’Inno del Partito del Tubo. Nel 2008 fonda L’ordine dei Confusionari insieme al Dr. Aldo Sacslei. Dal 2011 è Datario Equanimo del Collage de ’Pataphysique. È alla sua prima avventura letteraria come scrittore di fantascienza.
Il suo racconto è "Jack Farner"

Massimo Ferri


Massimo Ferri è nato a Bologna nel 1950, ha studiato Matematica a Modena e a Warwick (GB). È professore di Geometria presso la Facoltà di Ingegneria di Bologna, dove svolge ricerche di geometria e topologia applicate alla robotica. Ha come interessi il suo lavoro, la musica, la fantascienza e il ju-jitsu.
Il suo racconto è "Teorema sinfonico"

Matteo Gambaro


Matteo Gambaro è nato a Venezia nel 1975, ma vive e lavora a Torino da alcuni anni.
Inizia a scrivere a 15 anni. Oltre una ventina i racconti pubblicati su siti web e antologie, fra cui: 13 frammenti di mistero e I pionieri dell’anno 3000 (Edizioni GHoST), Mondi possibili e impossibili e Pater Noster (Edizioni Il Foglio), AIGAM – MAGIA (Autori Esclusi), Oltre il reale (Malatempora), Wakati Ujao – Futuro Africano (WebTrekItalia per AMREF Italia), Il peccato tra le righe (Edit@ Edizioni), 365 storie cattive (per A.I.S.EA onlus), La paura fa novanta (Bravi Autori), Robot Ita 0.1 (Edizioni Scudo), 365 racconti (erotici, horror e fine del mondo) per un anno e  Il magazzino dei mondi (Delos Books).
È coautore di fumetti e giochi di ruolo: Venetia Oscura e Charme (Il Pentacolo, Venezia).
È autore di Avorio (Historica Edizioni, 2009), antologia di vampiri arrivata alla terza edizione: www.lagunaweb.gdr.net/avorio
Il suo racconto è: "Labirinti"

Daniele Picciuti


Nato a Roma nel gennaio del 1974, Daniele Picciuti si appassiona all’horror grazie ai romanzi di Stephen King prima, Peter Straub e Dean R. Koontz poi, fino a scoprire uno dei fondatori del genere: H.P. Lovecraft. Finalista a molti concorsi letterari, tra cui Il Sentiero dei Draghi 2009, due edizioni del Nero Premio, Vaults 2009; vincitore del Premio NASF 6 (2010).
Diverse anche le pubblicazioni in antologia, tra cui segnaliamo L’occhio di Arge (Mistero, Il Mondo Digitale Editore, 2010), Nere Acque (365 racconti horror per un anno, Delos Books, 2011), Caccia senza tempo (Rivista Altrisogni n.3, 2011).
A settembre 2011 ha pubblicato la raccolta horror I racconti del sangue e dell’acqua (Bel-Ami Edizioni).
È Presidente dell’Associazione Culturale Nero Cafè (per cui ha ideato vari premi letterari), corresponsabile della rivista Knife e redattore presso Terre di Confine e Aculeo.
Il suo blog personale è http://danielepicciuti.wordpress.com
Il suo racconto è intitolato "Il viaggiatore"

Francesco Cotrona


Francesco Cotrona nasce nell’agosto del 1979, quindi è ufficialmente già vecchio per un sacco di cose. Non potendo più diventare un giocatore NBA né un astronauta, si limita a fare rap con gli SM58.
Sociologo dottorando, appassionato di fisica e ateo razionalista, considera la SF il genere letterario più intellettualmente stimolante che esista perché l’immaginazione, guidata da una solida preparazione scientifica, è uno degli utensili più potenti a disposizione dell’umanità. Quando non lavora come un forsennato legge come se ne andasse della propria esistenza, ama la sua Monica e insegue la musica, amante gelosa.
Il suo racconto è: "Habemus Messiam"

Sopravvivere al futuro 1/6 - Pianificare nel lungo periodo

Voglio parlare del futuro. Voglio parlare di quello che vedo quando chiudo gli occhi e penso al potenziale della nostra mente. Penso a un tempo che non vedrò, perché sarò morto come un ciocco, ma non importa. Penso a noi gente, tutti noi. L’intera razza umana.
Si tratta di un “noi” particolarmente inclusivo. Solo poche persone comprendono chiaramente che siamo tutti una sola, medesima cosa. Siamo le uniche menti autocoscienti di cui siamo consapevoli su questo o altri pianeti. Siamo l’unica specie del genere Homo degli Hominidae, la grande famiglia delle scimmie antropomorfe. Abbiamo vinto la competizione evolutiva con ogni altra specie di Homo oppure le abbiamo sterminate di nostra mano, finché non siamo rimasti soli. Siamo molto giovani, specialmente se confrontiamo la nostra età con i 4,5 miliardi di anni della Terra. I primi esseri umani anatomicamente moderni sono comparsi in Africa solo 200.000 anni fa. Abbiamo cominciato a lasciare segni di cultura solo 50.000 anni fa circa.
La storia in quanto tale è cominciata non più di 7.000 anni fa.
Siamo ritardatari. Marmocchi, e anche viziati se è per questo. Siamo separati in gruppi e nazioni, spesso in guerra gli uni con gli altri per la possibilità di raschiare freneticamente via dalla superficie del mondo quel che ci occorre per essere certi di essere ancora vivi (o ricchi) domani mattina.
Non siamo in grado di vedere che le nostre divisioni sono causate principalmente dalla scarsa, insignificante durata delle nostre vite. Questa mi sembra una delle cause principali alla base di tutti gli altri problemi che ci troviamo davanti sia quando affrontiamo le sfide personali che quelle globali. Non lotteremmo ciecamente per ottenere vantaggi personali a dispetto delle conseguenze che ciò comporta per l’intera specie, o anche solo per i nostri vicini più prossimi, se sapessimo che saremmo lì a pagarle trecento (o più) anni dopo. Specialmente in questi primi anni del XX1 secolo è sempre più semplice vederci come una comunità globale, comprendere che il mondo continuerà dopo la nostra morte individuale, ma siamo ancora lontani da una profonda consapevolezza sociale e politica di questo concetto. Grazie alle nuove tecnologie di comunicazione abbiamo sviluppato gli utensili intellettuali necessari per cooperare come un insieme unito. Ma non li usiamo. Di solito scegliamo di combatterci l’un l’altro, invece.
Intere nazioni, compattate da una propaganda studiata per ottenere un responso viscerale, provano ad assicurarsi maggiori profitti tramite il conflitto e la competizione, usando la credulità degli individui e portandoli sul facile sentiero dell'eterodirezione, sfruttando la fede con la sua cieca predisposizione a credere nelle menzogne, evitando con ogni mezzo possibile lo sviluppo dell’indagine razionale della realtà. A meno che essa non sia soggetta al precisi, pratici ed economici interessi di parte – nel qual caso smette del tutto di essere razionale, o indagine.
I nostri obiettivi, sia come individui che come società, sono limitati dalla nostra miopia.


E dal mercato.
Il consumismo si radica tramite la propaganda nello stesso modo di un regime totalitario. La creazione di finti bisogni e lo sviluppo dell'individualismo (la cui origine va ricercata nell'inurbamento conseguente alla rivoluzione industriale, ma non mi dilungo) hanno ristretto l'orizzonte, ridotto il raggio dei significati a cui gli individui danno importanza. Il capitalismo ci è sfuggito di mano e la governance globale è economica, non più politica. Le multinazionali sono ormai organismi sovranazionali ricchi quanto e più degli Stati, e sono loro gestire la globalizzazione. Per questo è andata male, per questo le disuguaglianze in termini di reddito si sono estese e sono aumentate di intensità. Sono le multinazionali a decidere dell'uso globale delle risorse, il che vuol dire che il controllo del pianeta è stato sottratto agli organismi eletti democraticamente: la Terra è governata da enti privi di ogni rappresentatività democratica, ergo non abbiamo voce in capitolo quando si tratta di discuterne il futuro. Organismi politici sovranazionali come l'ONU sono spesso solo una riproduzione dei rapporti di potere esistenti fra Stati sotto ricatto che non si rendono ancora conto di essere stati esautorati dal controllo della loro economia. Ovvio che in un contesto simile l'unità sociale globale sia ancora lontana.
Ogni azione funzionalmente razionale nel mercato (cioé adeguata allo scopo di far soldi) non è di solito razionale rispetto ad altri scopi, ergo ha conseguenze imprevedibili. La somma di queste conseguenze è la globalizzazione com'è ora. La nostra capacità di prevedere quali saranno i risultati delle nostre azioni – per poterci quindi comportare in modo sensato – sono offuscate da una bugia infantile che raccontiamo a noi stessi: non importa, tantole risorse sono infinite e noi non saremo lì di persona se e quando finiranno. Il picco petrolifero, i cambiamenti climatici... è come se tutti credessimo nella favoletta rassicurante che i nostri discendenti se ne occuperanno al posto nostro. O se non loro qualcun altro, qualcuno responsabile, qualcuno che non siamo noi.


Beh, se non capiamo che siamo noi quel qualcuno responsabile di certo i nostri discendenti non ci potranno rimproverare della nostra stupidità. Non saranno lì a farlo. Ci saremo estinti prima.
Noi vivi siamo, in senso del tutto letterale, sovrintendenti della terra. Questo è un fatto, non una ridicola supposizione spirtuale new age. Purtroppo siamo sovrintendenti terribili.
Dovremmo fare piani, veri piani, e invece no. Manco da lontano. Come galline in un pollaio che si restringe, bisticciamo per decidere chi ha diritto a più aria invece di pensare al modo di uscire. Sembriamo molto, molto stupidi. Forse lo siamo.
La cosa mi preoccupa.
Non riesco a capire perché non dovremmo pianificare il nostro futuro per un periodo di almeno alcuni secoli, meglio millenni. Cinque o seicento anni potrebbero essere il minimo indispensabile per programmare azioni di breve e medio termine che ci permettano di costruire un nuovo edificio politico e sociale, di dare vita per prova ed errore a una “permacultura” (ho trovato per la prima volta il termine nella serie di romanzi “Manifold” di Stephen Baxter ed è un neologismo di cui sentivo il bisogno). Tale entità è una cultura in grado di rimanere stabile per un periodo di tempo indefinito. Ciò non vorrebbe dire stagnazione, perché una cultura del genere deve necessariamente accettare la diversità e la possibilità di cambiamento per essere certa di non collassare su se stessa al mutare delle condizioni contigenti, ma anche per garantire innovazione, creazione e lo sviluppo di nuove idee, nuove branche della scienza. Sono possibili innumerevoli modelli di organizzazione sociale con queste caratteristiche, non importa quale si adotti: l'importante è che nessuno di essi dovrebbe portare alla distruzione della civiltà che lo adotta. Abbiamo bisogno di imparare l'autentica reciprocità per raggiungere la pace e la stabilità, perché il vecchio detto “non fare agli altri ciò che non vorresti gli altri facessero a te” è un modo ottimo e razionale di preservare sia l'intera specie che i singoli individui. Questo tipo di cultura è il punto di partenza necessario per stabilire uno stato di cooperazione permanente. Costruirla sarà il nostro test di sanità mentale. Se siamo in grado di fare questo tramite procedure di consenso, senza la necessità e il fardello dell'autoritarismo, allora abbiamo quel che serve per continuare a mantenerlo. Dovremmo essere particolarmente attenti a non imporci a chi non vuole un arrangiamento simile e, allo stesso tempo, essere certi che tutti comprendano cosa stiamo facendo e non tenti di fermarci, indipendentemente dai loro sentimenti a riguardo. Devono vedere la realtà che hanno davanti. Dobbiamo lavorare per permettere che un nuovo modo di pensare, sentire e organizzarci, emerga dalla comune consapevolezza che è necessario studiarlo e adottarlo. Forse per la prima volta nella storia dell'umanità abbiamo i mezzi per creare in maniera deliberata un modo di vivere sia globale che egualitario, se non giusto. Un modo di vivere che può essere conseguito solo se realizziamo, oltre ogni ragionevole dubbio, che dobbiamo farlo se vogliamo sopravvivere. Un'intera specie coinvolta in un progetto di ingegneria sociale su se stessa, consapevolmente: non più una minoranza su una maggioranza, non più un'imposizione ma un'impresa intellettuale. Come quella della scienza in quanto tale, ma con oggetto e scopi molto differenti. Questo è il modo, per come la vedo io, di diventare finalmente responsabili di noi stessi, delle nostre azioni, della nostra ininterrotta esistenza futura. Alcune cose sono troppo fondamentali per lasciarle alla nostra irrazionalità, alla fede, alle scelte demenziali operate da individui incapaci di comprendere il danno che infliggono a loro stessi. Potrebbe trattarsi del primo passo collettivo verso una consapevolezza di noi stessi che finora solo pochissimi hanno sperimentato.
Con uno strumento simile potremo avere un'onesta possibilità di competere nella lotta per la sopravvivenza e anche, perché no, prosperare fra le stelle.


Possiamo arrivarci anche prima di elaborare una permacultura. Ho detto che dovremmo pianificare nel lungo termine. Ma quanto lungo? 500 anni è solo l'inizio, è il minimo. Dobbiamo pianificare guardando avanti, centinaia di migliaia di anni avanti, soprattutto per quel che riguarda i fattori economici come le risorse. Il che fornirà le basi per un altro round di pianificazione ancora più profonda ed estensiva.
Potremmo, e io penso che dovremmo, essere su Marte già ora, o avere una base permanente sulla Luna.
Dovremmo sul serio, perché restando su questo pianeta siamo nella stessa situazione dell'equipaggio di una nave interstellare generazionale... cioè un'astronave più lenta della luce, in viaggio verso stelle vicine, i cui occupanti invecchiano e muoiono a bordo, lasciando i loro discendenti a proseguire la traversata.
Pensateci.
Trascorriamo la nostra esistenza in un ambiente chiuso che si autosostiene, ma che dobbiamo mantenere efficiente se vogliamo restare vivi. Abbiamo carburante limitato, risorse limitate e spazio limitato. Trasmettiamo la nostra cultura a ogni successiva generazione per fare sì che la società continui a funzionare, che l'equipaggio resti in salute... con il dettaglio che, di fatto, non stiamo facendo manutenzione all'astronave. Anzi, seminiamo scorie in giro per la plancia come fosse una pattumiera. Non abbiamo ancora realizzato appieno che siamo rinchiusi qui. Non possiamo vedere lo scafo, o il soffitto, solo perché non sono fatti di metallo o cemento. La nostra atmosfera è al contempo la nostra gabbia e il nostro scudo, uno scudo peraltro tragicamente sottile: solo 10 km circa di spessore. La frase “l'unico limite è il cielo” è decisamente claustrofobica, se ci pensate bene.
Beh, possiamo fare brevi passeggiate fuori dalla nostra nave spaziale a forma di pianeta grazie a vari vettori, ma siamo intrappolati in un pozzo gravitazionale che ci costringe a usare rozze e dispendiose esplosioni controllate per sollevare masse insignificanti dal suolo e, con fatica, scagliarle nello spazio. Non è facile e non è economico.
Trovare un modo di lanciare in orbita masse rilevanti a una frazione dei costi attuali è il punto di partenza per l'espansione umana nel sistema solare. E ci serve, questa espansione, perché siamo innumerevoli. Finché non controlleremo il nostro ritmo di crescita fino ad avere una popolazione stabile siamo condannati a cercare nuove terre da colonizzare. La cosa è possibile e penso sia anche fattibile: rappresenta una soluzione, per quanto temporanea, finché non impareremo a controllare le nascite per via sociale.