mercoledì 29 febbraio 2012

Teorema sinfonico (Massimo Ferri)


1. Reclutamento

In fondo me l’ero cercata: l’anno prima avevo tanto insistito perché la mia Facoltà mi concedesse un congedo di studio all’estero. Ora, comunque, mi trovavo a metà di giugno nel cuore dell’Inghilterra, a corsi seguiti ed esami fatti. Le fanciulle che avevano colorato il mio grigio inverno inglese erano in vacanza; davanti a me, invece, si apriva la prospettiva di un’estate plumbea in un campus semiabbandonato, a preparare la dissertazione finale. Poco da stare allegri. Agli esami avevo reso poco, ma ero del tutto convinto di aver raggiunto la sufficienza.
Conoscevo un paio di studenti davvero imbecilli, eppure vicini al grado di Ph.D. (cioè il massimo), perciò mi sarei sentito proprio umiliato di non rimediare neanche il mio Master in Matematica.
Tuttavia guardavo con diffidenza il biglietto con cui il Prof. Ian Fowler in persona mi invitava a un colloquio. Mentre camminavo verso il Settore Sud del campus, dove era il suo studio, cercavo di capire cosa dovesse dirmi in privato il Numero Due dell’Istituto; che non fosse un gentile modo inglese di sbattere fuori i bocciati? Attraverso questa possibilità irritante, comunque, mi trovavo a pianificare un volo low-cost verso casa, la riesumazione della mia Panda e un’insperata vacanza all’Elba.
Fowler era un quarantenne dall’aspetto più del manager che del matematico; nonostante ci fossimo solo intravisti ma mai neanche salutati prima di allora, mi accolse chiamandomi per nome (Brutto segno, pensai). Dopo qualche considerazione sulla temperatura e sull’estate inglese, venne al dunque. «I suoi esami non sono stati brillantissimi,» disse, «e credo che sia colpa del diverso metodo universitario. Il punteggio è sufficiente per accedere alla dissertazione di Master, ma non per proseguire verso il Ph.D.,» concluse Fowler.
Molto sollevato, tentai di spiegare che a me andava benissimo, perché avevo intenzione di rientrare definitivamente in Italia dopo la dissertazione, ma Fowler parve non sentirmi:
«C’è una possibilità, però: se abbandona, per il momento, il suo programma di topologia e accetta di aggregarsi a un nuovo grande progetto dell’Istituto, allora possiamo prendere in considerazione...»
«Professore...» lo interruppi.
«Ian,» concesse lui.
«OK: Ian, mi piacerebbe molto conseguire il vostro Ph.D., ma oltre agli impegni in Italia ho il problema delle tasse universitarie. Secondo il Times, nel pacchetto dei provvedimenti del Governo c’è la triplicazione delle tasse per gli studenti stranieri.»
«Sì,» replicò Fowler con un sorriso furbo, «ma questo non sarà un problema, con uno stipendio di seicento Nuove Sterline al mese.»
Confesso che non ci capivo più niente. In clima di profondi tagli alla ricerca, come diavolo potevano offrire uno stipendio decente (per me, anzi, principesco) a uno studente straniero, per di più non eccellente? Fowler, con una finta noncuranza tutta inglese, buttò lì:
«Lei si occupa di musica.» Non era una domanda, ma un’asserzione. «Quali autori le piacciono?»
Glielo dissi.
«Ma lei ha una certa conoscenza tecnica, vero?»
Esterrefatto per le domande biascicai un «Sì.»
«Ha anche un po’ di esperienza informatica,» incalzò lui. Feci un cenno affermativo. Senza lasciarmi il tempo di intervenire, attaccò una tiritera sull’importanza scientifica del progetto (“Non mi chieda i dettagli, però: non li conosco neanch’io!”), accennò all’utilità della collaborazione internazionale, eccetera. Infine mi mise davanti un modulo di contratto a base trimestrale che io firmai come ipnotizzato.
Fowler si alzò guardando l’orologio, e prima che mi fossi ripreso abbastanza da porgli qualche domanda mi spinse gentilmente, con un cordiale saluto, fuori dalla porta. Lì, in attesa, c’era Pino, un altro italiano in esilio volontario, che mi lanciò uno sguardo interrogativo mentre entrava a sua volta nello studio di Fowler. Tornando al Settore Principale del campus, verso la mia cameretta, mi vergognavo un po’ di esser stato preso in contropiede, ma in fin dei conti tre mesi di lavoro erano già nei miei progetti, e milleottocento sterline mi facevano comodo.
Mezz’ora dopo, mentre rimuginavo sull’episodio disteso sul mio letto, nonostante i due piani che ci separavano sentii il flauto barocco di Pino intonare il solito esercizio di riscaldamento. Presi il mio flauto traverso e raggiunsi Pino nella sua camera.
È curioso come la lontananza da casa modifichi le relazioni fra le persone. Avevo conosciuto Pino a un corso estivo l’anno prima, e quel piemontese un po’ brusco ma schietto mi era risultato simpatico, ma niente più. Ora eravamo realmente divenuti amici, in buona parte grazie al comune amore per la musica. Lui stesso si definiva un montanaro, e come tale non parlava molto di sé.
Tuttavia gli occhi azzurri e vivaci rivelavano spesso la sua propensione alla curiosità e all’ironia.
«Forse i nostri duetti non piacciono tanto,» scherzò Pino quando entrai. «Anche a te Fowler ha chiesto qualcosa sulla musica? Dev’essere un modo per dirci di smettere!»
Saltò fuori che il colloquio di Pino era stato simile al mio, anche se lui aveva passato gli esami meglio di me. Questo era sorprendente, in quanto Pino, un analista complesso, studiava una matematica molto lontana dalla mia. A nessuno dei due erano stati chiariti gli scopi del progetto, né le nostre mansioni. L’unica cosa sicura era che ci avevano assegnati a sezioni distinte che poi risultarono, anzi, piuttosto lontane anche fisicamente.


2. Da Mozart a Euclide

Quattro giorni dopo, invece che su un charter per l’Italia ero di nuovo sullo stradello che, attraverso i prati e un boschetto, conduceva all’Istituto Matematico, nel Settore Sud. Finalmente si sarebbero chiarite le cose: l’incontro con il mio caposezione segnava l’inizio della collaborazione al progetto. Pino era già andato da un’ora al suo analogo appuntamento.
Entrai puntuale nell’auletta a piano terra; c’erano già altri due giovani. Sotto la lavagna troneggiava un terminale di calcolatore. Avemmo giusto il tempo di presentarci rapidamente; Lu veniva da Pechino e John da un paesino del Galles: entrambi matematici, entrambi musicisti dilettanti. All’ora stabilita entrò il caposezione; era una donna giovane, non appariscente, dallo sguardo molto intelligente. Ricordai di aver seguito un suo splendido seminario qualche mese prima.
Scrisse il suo nome alla lavagna, secondo il costume anglosassone. «Sono Dusa Browne; chiamatemi Dusa. Benvenuti al progetto Pythagoras.»
Scrisse ancora sulla lavagna “Pythagoras” e sotto aggiunse il nome di David Seaman. Non fu una sorpresa apprendere che questo progetto così carico di quattrini, di mistero e di competenze matematiche portasse la firma del Grande Capo, dell’istrionico profeta della nuova matematica applicata; tuttavia il pensiero di lavorare per lui mi diede un brivido di soddisfazione.
«Se non sbaglio, questa volta abbiamo un categorista, un analista armonico e un topologo geometrico, vero? Bene; nella nostra sezione, che è la numero tre del Reparto Elaborazione, troverete altri sette colleghi provenienti da altrettanti rami della matematica. Loro però sono in uno stadio avanzato del lavoro. Penso che siate curiosi di sapere, finalmente, cosa siete chiamati a fare, vero?» disse sorridendo Dusa. Premette un tasto del terminale. «Penso che tutti conosciate questo brano musicale.»
Per mezzo minuto ascoltammo in silenzio Eine kleine Nachtmusik. Dusa fermò la riproduzione, tornò all’inizio e batté qualche tasto al terminale. «Probabilmente avete anche visto qualcosa del genere.» Ci risentimmo Mozart, mentre sullo schermo del terminale danzavano delle linee colorate che in qualche modo seguivano la musica. Dusa fece partire il brano una terza volta, dopo aver chiamato un altro programma al computer. Questa volta a danzare erano forme geometriche mutevoli.
Finito il piccolo spettacolo, scambiai una rapida occhiata con i due colleghi: non eravamo molto entusiasti. Il secondo programma grafico era un po’ più evoluto del primo, ma era appunto roba già conosciuta. Dusa colse la nostra impressione, e con un’aria di divertito trionfo disse: «Questo però non l’avete ancora visto.»
La serenata ricominciò, e questa volta sullo schermo scorse una fitta sequenza di righe scritte. Ci avvicinammo, ma potemmo vedere solo che si trattava di simboli logici e di lettere dell’alfabeto. Alla fine Dusa fece stampare il tutto in tre copie e ce le distribuì. In silenzio guardavamo i fogli, mentre lei posava uno sguardo indagatore ora sull’uno ora sull’altro di noi.

(Continua sul libro...)

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