mercoledì 29 febbraio 2012

Labirinti (Matteo Gambaro)


Cosma era alto e muscoloso, un fisico possente che ispirava aggressività: sicuro nell’incedere e dallo sguardo acuto, era uno di quei tipi che si preferiva avere dalla propria parte. E Tomas l’aveva dalla sua.
Questo non era sufficiente a considerarlo un amico nel vero senso del termine, ma in tempi di relazioni consumate alla velocità di una connessione a ultrabanda, Cosma era per Tomas quanto di più vicino a un amico egli potesse desiderare ed era certo che avrebbe risolto il suo piccolo problema; per lo meno, si crogiolava in quella speranza mentre lo seguiva lungo una ripida scala rugginosa.
I loro passi risuonarono di un clangore alieno nella fredda penombra di corridoi vuoti.
L’edificio sembrava abbandonato da molti anni, l’androne deserto ospitava ancora la cabina di un ascensore fuori uso e le pareti erano tappezzate di larghe macchie di muffa.
«Sei sicuro che ci abiti ancora qualcuno?» chiese Tomas.
«Sei nervoso?» l’amico gli rispose senza voltarsi. «Te l’ho già spiegato. È tutto fittizio, creato a regola d’arte.»
«Non mi sento tranquillo.»
«E poi abitare non è il termine esatto. Comunque non corri alcun pericolo.»
Imboccarono rapidamente una seconda rampa di scale e scesero al primo sottolivello, un altro locale completamente vuoto.
La luce penetrava con deboli fasci da finestrelle ingrigite dall’inquinamento, a quattro metri d’altezza: era un vecchio parcheggio interrato, sei colonne reggevano il soffitto e sul pavimento si intravedevano macchie di vernice bianca che delimitava i vecchi spazi per le automobili a combustibile fossile.
«E ora?»
Cosma non rispose, ma mosse con passo deciso verso il lato opposto da dove saliva la rampa a chiocciola per le auto.
Tomas lo seguì in silenzio, osservando le pareti color nocciola sotto e panna sopra. Vi lesse una qualche metafora; io sto nel mezzo, si disse. Ma nel mezzo di cosa?
La metafora gli sfuggì, i pensieri si accavallavano talmente in fretta da non lasciargli il tempo di concentrarsi su uno in particolare. Viveva in un perenne stato di alterazione che consentiva a Cosma di prendere le decisioni in sua vece.
Insomma, aveva affidato il suo piano di salvataggio a un uomo che si era messo in collegamento neuronale con un pesce rosso per sapere che effetto fa vivere in una boccia di vetro. E cosa ancor più sorprendente, era sopravvissuto! Anche se Tomas aveva l’impressione che da quel giorno il suo sguardo si fosse fatto più vacuo.
Lui però non era da meno. Camminava guardando fisso la nuca rasata dell’amico, ipnotizzato dalla chiazza di pelle chiara che si affacciava fra i lunghi capelli neri, lisciati ai lati della testa; focalizzando in pochi secondi il puzzle delle principali cazzate che era riuscito a collezionare nel suo ultimo anno di vita, portò la mano alla cinta e si lasciò rassicurare dalla fredda compattezza del metallo. Ma subito gli venne la tentazione di rivolgere l’arma contro se stesso e porre fine a tutto in un istante.
«Tira fuori la pistola,» disse Cosma, quasi avesse letto nei suoi pensieri. «Eviteremo l’imbarazzo di una perquisizione e ci mostreremo disponibili.»
«Ma sei certo che sia legale?»
«Rilassati, ti ho già spiegato come funziona.»
Ma Tomas, anziché rilassarsi, prese a litigare con due mosche che non volevano saperne di lasciarlo in pace.
«Via! Via!» si sbracciava inutilmente.
«Ma che succede?»
«Maledette mosche...»
«Lasciale fare,» intimò Cosma. «Non sono mosche. Sono flycam, ci stanno monitorando.»
Sforzandosi di ignorarle, Tomas constatò che in effetti le mosche si limitarono a ronzargli intorno due o tre volte senza toccarlo, prima di prestare la stessa attenzione all’amico e sparire nel buio.
Cosma nel frattempo giunse alla rampa per le automobili ma, anziché salire o scendere, scartò di lato e si infilò in un varco nella parete.
Tomas lo seguì dentro l’ascensore, invisibile da dove erano arrivati. Notò subito la telecamera puntata su di loro, ma evitò di fissarla.
«Veramente non mi hai spiegato un granché,» protestò.
«Zitto, ora,» tagliò corto Cosma.
Laddove Tomas pensò logico trovare la pulsantiera dell’ascensore, apparve il volto di un uomo. La definizione dello schermo non era un granché, i lineamenti erano un po’ sgranati e i colori alterati.
Tornò a guardare verso la telecamera.
«I signori desiderano?»
«Ho fatto un brutto sogno questa notte,» rispose Cosma.
Tomas si voltò a fissarlo stranito: che cavolo stava dicendo?
«Che tipo di sogno?»
«Pauroso.»
«Grazie, signore.»
Il volto scomparve e l’ascensore vibrò: stavano scendendo rapidamente.
Tomas aveva molte domande da fare, ma rimase ad ascoltare il rollio dei cavi d’acciaio sopra le loro teste, così simile al ronzio del suo recente passato. Fu Cosma a rompere il silenzio.
«Liscio come l’olio.»
«Dove mi stai portando?»
«Non devi preoccuparti di niente.»
«Continui a non rispondermi. Non...» L’ascensore si arrestò e le porte si aprirono.
Vennero accolti da un energumeno ben più grosso di Cosma, dall’espressione ancor meno rassicurante e con una grossa automatica in mano.
Cosma gli consegnò la piccola Reiser che teneva sempre legata sotto la manica della giacca e Tomas fece altrettanto con la sua Smith&Wesson. L’uomo si voltò, pregandoli di seguirlo.
Tomas trattenne l’amico per una spalla.
«Ma... è arabo!» esclamò in un sussurro.
«Turco,» precisò l’amico.

(Continua sul libro...)

Nessun commento:

Posta un commento