mercoledì 29 febbraio 2012

La vita in un segmento (Angelo Frascella)


L’odore aspro della gente compressa nell’autobus invadeva il respiro di Lisa. La ragazza si sentiva prigioniera del mezzo che la stava portando a casa. L’espressione ostile stampata sul volto del marito le chiudeva ulteriormente lo stomaco. Carlo aveva già accennato una reazione a una spinta e le vene gonfie sulle mani serrate erano un segnale inequivocabile. Regalami una domenica serena, avrebbe voluto dire Lisa.
Una voce atona la chiamò: «Signora, permette?»
Lisa incrociò lo sguardo assente di uno sconosciuto di mezz’età. La bocca dell’uomo si aprì di nuovo.
«Dramma negli Stati Uniti. Elicottero precipita su una casa a San Diego. La famiglia era di origine italiana.»
Si sarebbe aspettata un saluto. Le parole, perciò, impiegarono alcuni istanti a trovare significato. Oddio, un attentato.
L’uomo continuò: «Incendio devasta palazzo storico del centro. Crolla il tetto di una scuola durante la notte. I genitori sul piede di guerra.»
Lisa cominciò a sentirsi a disagio. Si voltò verso Carlo in cerca di soccorso, ma il marito era impegnato a rimproverare un ragazzino, colpevole di avere invaso il suo spazio vitale.
Questa volta le parole furono bisbigliate dallo sconosciuto all’orecchio di Lisa: «Non fidarti di tuo marito o fra pochi giorni morirai.»
Il cuore di Lisa perse un battito e lo stomaco le si contrasse. La ragazza si girò e vide che l’uomo si stava spostando verso l’uscita del bus. Doveva bloccarlo, ma la folla non le permetteva di muoversi. Il bus si fermò e lui scese. Lisa urlò: «Un momento, devo scendere,» ma il mezzo era ripartito.
«Dove vai? È presto.» Carlo le era giunto alle spalle e ora la osservava con un misto di fastidio e curiosità.
Lisa non poté fare altro che seguire con lo sguardo colui che le aveva appena predetto la morte. Lo vide entrare in un bar. L’insegna diceva Caffè Stella.

Gianni, proprietario del Caffè Stella, si avvicinò al tavolino, ritirò il piatto sporco e la bottiglietta vuota. «Altro, professore?»
Con fatica Samuele Natani distolse lo sguardo dal televisore e, per un istante, riacquistò lucidità.
«No, grazie, Gianni.» Poi indicò le immagini della partita sul video e dichiarò: «Finirà due a zero.» A quel punto parve di nuovo dimenticarsi della presenza del barista.
«Ragazzi, anche stavolta si perde,» annunciò Gianni ai pochi clienti.
Omero, seduto come ogni sera al bancone, sussurrò con aria complice: «Gianni, perché continui a servirlo? Non paga il conto, spaventa i clienti con la sua stranezza e rovina tutte le partite.»
«Una volta mi ha predetto una rapina. Non gli ho creduto e il giorno dopo due bastardi mi hanno ripulito la cassa. Da allora ho sempre una pistola qui con me.»
Si inserì un altro assiduo del bancone: «È davvero professore universitario di fisica teorica? Dicono abbia avuto un esaurimento dopo che la moglie è morta...»
In quel momento, senza preavviso, Natani si alzò e si diresse verso l’uscita. Gianni lo seguì.
Il barista procedeva di fianco al professore che, come sempre durante quel tragitto, pronunciava frasi sconnesse. Natani si voltò a guardare un punto alle loro spalle.
«Cosa vede, professore?»
La risposta parve arrivare da lontano: «Sono inciampato sul marciapiede. Omero chiama una donna. Vorrebbe darle una borsa. Tu sei accanto a me. Poco dopo muoio.»
«Quando?»
«Il ventisette maggio.»
Non era la prima volta che l’uomo annunciava la propria fine, ma mai aveva fornito la data precisa. Gianni consultò il datario dell’orologio da polso. «Fra due giorni,» disse a se stesso. Natani era già tornato nel suo mondo.
«Prima o poi mi spiegherai perché lo accompagni ogni sera,» commentò Omero al ritorno di Gianni.
«Lo aiuto ad attraversare. Abita qui di fronte e ci metto solo un minuto.» In sostanza non aveva risposto.

(Continua sul libro...)

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