mercoledì 29 febbraio 2012

Il senso della vita (Andrea Viscusi)


Hal Baley morì un due di luglio. Aveva cinquantasette anni.
Naturalmente non sapeva che sarebbe morto, e non pensava che potesse capitargli così presto. Fu solo uno sfortunato incidente, anche piuttosto imbarazzante da raccontare: era scivolato nella vasca. Aveva appena finito di fare il bagno, si era alzato in piedi per uscire ed era scivolato sul fondo viscido. Battendo la nuca sul bordo di ceramica aveva perso i sensi. In realtà, il colpo non era stato così terribile da ucciderlo, ma dopo essere svenuto era sprofondato sott’acqua ed era annegato. I suoi familiari si accorsero dell’incidente più di un’ora dopo, quando cominciarono a chiedersi perché ci mettesse tanto. Ma questo Hal non lo seppe mai.
In effetti, non sapeva nemmeno di essere trapassato. Il colpo era stato troppo rapido perché avesse potuto registrare quello che era successo, e la morte era sopraggiunta mentre era incosciente.
Perciò si meravigliò parecchio quando, nell’istante in cui il suo cervello si rassegnava all’assenza di ossigeno, tutta la sua persona si ritrovò in un salone ovoidale, dal soffitto a volta intarsiato di mosaici multicolori.
«Che ca...» fu la sua prima reazione.
Quelle due sillabe smorzate attirarono l’attenzione di alcuni dei presenti. E ora che ci faceva caso, erano molti, i presenti: l’intera sala, che poteva misurare venti metri in larghezza e più di trenta in lunghezza, era gremita di persone. Individui di tutte le età, etnie, forme. Tutti però erano vestiti allo stesso modo: una sorta di vestaglia di un azzurro carta da zucchero molto tenue, senza maniche, che arrivava poco sotto le ginocchia, nonostante altezza e stazza variassero molto da un individuo all’altro. Hal si accorse che anche lui indossava quel pigiama solo quando si osservò: aveva creduto fino a quel momento di essere ancora nudo, com’era nella vasca, e quel tessuto era talmente leggero e impalpabile che non ne aveva percepito il peso o la sensazione sulla pelle.
Stabilì in quel momento che la situazione era piuttosto insolita.
«Mi scusi,» disse rivolto a un uomo che poteva essere suo coetaneo, battendogli delicatamente un dito sulla spalla e stando attento a non alzare troppo la voce, perché nonostante la grande calca il silenzio era pressoché assoluto. «Saprebbe dirmi... dove siamo?»
L’interpellato lo fissò per alcuni secondi con aria sospettosa, come cercando di capire se quella domanda fosse uno scherzo. Poi scosse la testa, con un sorriso beffardo. «Eccone un altro che non se n’è accorto.» A quelle parole, come poco prima, altri si voltarono a fissarlo.
Hal si guardò intorno, cercando di capire qualcosa dall’atteggiamento dei suoi compagni di chissà-cosa, ma nessuno sembrava volerlo aiutare. Avevano tutti la stessa espressione tristemente divertita dell’uomo a cui aveva fatto la domanda. Passò almeno mezzo minuto prima che un’anziana donna, dopo aver emesso un grugnito, gli rispondesse: «Sei morto, bello. Come tutti noi.»
«Io... cosa?» non riuscì a trattenersi. «No, è impossibile, io...»
«Sei morto, proprio così,» confermò il suo coetaneo. «Defunto, deceduto, estinto, passato a miglior vita. Fattene una ragione. Ogni tanto ne arriva qualcuno che non ha fatto in tempo a capire che la sua vita è finita, ma posso garantirti che è così. Io, per esempio, ho avuto tutto il tempo di gustarmi i miei ultimi attimi, mentre la motrice del camion che mi è venuto addosso mi sfondava lentamente il torace.»
Hal deglutì. Il tizio pareva comunque essersi ripreso bene, dopo l’incidente, ma decise che era meglio non farglielo notare: sembrava che la faccenda lo amareggiasse ancora un po’. «Ma come... io ero in casa, stavo...» Cercò di capire come poteva essere successo, ma non riusciva a immaginare come si potesse morire facendo il bagno.
«Non so come, ma è così. Mettiti l’animo in pace. E abituati anche al fatto che la “miglior vita” a cui sei passato è questa.» Ciò detto, l’uomo gli voltò le spalle. A quanto pareva non aveva altro da aggiungere, o comunque non voleva farlo.
Hal cercò di digerire quanto aveva appreso. Gli ultimi due minuti della sua vita (o non vita) erano i più intensi che gli fossero capitati: era morto in circostanze ignote, aveva scoperto di essere morto e ora si trovava... dove? Era il paradiso, quello? In ogni caso, era un “aldilà”, anche se aveva più l’aspetto di un museo di arte moderna. Il pavimento era costituito da un incastro di mattonelle ovali, dal colore lattiginoso. Il soffitto decorato scendeva giù, e anche se la vista gli era preclusa dalla folla che lo circondava in ogni direzione, ipotizzava che la sala non avesse vere pareti, ma solo quel mosaico che partiva dal pavimento e si sviluppava come una cupola. Oltre le vetrate colorate non si riusciva a scorgere niente, e la luce non sembrava provenire dall’esterno, infatti non si vedevano ombre multicolori sul pavimento. Non c’erano ombre affatto, a dirla tutta.
Va bene, si disse. Sono morto. Posso accettarlo, sono adulto. D’altra parte tutto questo non può essere un fenomeno naturale, è troppo assurdo. A meno che non siamo stati rapiti in massa dagli alieni, o cose del genere. Ma il tizio qui ricorda di essere stato spiaccicato da dieci tonnellate di camion e adesso è davanti a me, quindi deve esserci qualcosa di sovrannaturale in tutto questo. Andò avanti per alcuni minuti riflettendo a quel modo, cercando ipotesi alternative e prove a favore e contro di esse. Giunse presto alla conclusione che non esisteva una spiegazione migliore di quella che gli era stata fornita.
Ma qualcosa ancora gli sfuggiva. C’era un elemento, un dettaglio che rendeva tutta la storia dell’aldilà poco convincente. Lo aveva colto a livello subconscio, come gli capitava spesso in altre occasioni. Non che avesse un talento particolare, quello che avvertiva non era diverso dalle intuizioni che capitano a tutti, ogni tanto, ma nei suoi cinquantasette anni di convivenza con se stesso aveva imparato a conoscersi, e riusciva a identificare subito quei momenti: la sensazione netta di una risposta valida e precisa, nascosta da qualche parte nella sua testa. In quei casi, era ormai assodato, per riuscire a rintracciare l’idea centrale doveva agire metodicamente, partendo da ciò che sapeva e seguendo una catena di collegamenti fino ad arrivare a quello che aveva innescato il prurito.
Fu proprio così che fece.
Partì considerando buona l’ipotesi di partenza, e cioè che lui e tutti gli altri fossero morti. Se questo era vero, allora si trovavano in un qualche genere di oltretomba. Passò in rassegna tutte le tipologie di aldilà che conosceva, ma non trovò nessuna corrispondenza. Era comunque possibile che nessuna religione avesse visto giusto. Tornò a guardarsi intorno, alla ricerca di qualche indizio, e un primo pezzo del puzzle trovò il suo posto: il fatto che potesse guardarsi intorno era sospetto. Come poteva il paradiso/inferno/quel-che-era consistere in un’unica stanza? Ecco cosa non andava: erano troppo pochi, lì dentro. Ma non solo.

(Continua sul libro...)



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