mercoledì 29 febbraio 2012

Habemus Messiam (Francesco Cotrona)


La scia color arancio giunse al culmine della sua parabola contro il cielo scuro, spegnendosi.
Al di sotto, la cupola innaturalmente illuminata di San Pietro appariva gravida e gonfia.
Era il giorno della monda dei peccati.
Lo schermo della TV brillava nello squallido salotto semibuio. La tappezzeria lacera e scolorita parlava di vecchiezza, di anni vissuti sulla soglia di una miseria dolorosa ma aggrappata alla dignità. La famiglia, mi ricordo, era tutta davanti al televisore. Nonno Anzio, chiamato così in memoria di qualche atavico atto di guerra, sedeva nella sua poltrona solitaria, incartato in uno scialle sdrucito.
Mamma era con noi sul divano a due posti, Lisa e io le stavamo incollati addosso perché faceva freddo. Tra le mani stringeva un rosario.
Papà troneggiava su una sedia di plastica presa dalla cucina.
Nel monitor la folla riunita in piazza San Pietro sembrava un immenso campo di lucciole: decine di migliaia di lumini rischiaravano il colonnato bianco, mentre potenti fari erano puntati sul portone della cappella.
Che si aprì.
I fedeli sembrarono trattenere il fiato, tutti. Si vide la croce. Un fremito passò fra noi: la nostra era sempre stata una famiglia profondamente cristiana, e vedere quel simbolo in spalla a quell’uomo era una delle più grandi emozioni possibili.
Il Messia uscì trascinando quel peso immenso, il peso dei nostri peccati.
Le volocamere strinsero sul Suo volto teso e scavato. Gli occhi correvano sulla folla e sulla passerella rossa che si snodava fino a Castel Sant’Angelo, bordata per tutto il percorso da due cordoni di agenti in tenuta antisommossa.
L’inquadratura si spostò sul palco delle personalità. Il sindaco di Roma stava parlottando con il suo vicino, che non sapevo chi fosse. Riconoscevo però il Cardinal Savini, portavoce del Messia e Suo rappresentante.
Lo ricordavo bene perché mia madre ne aveva una foto in camera, accanto al crocefisso, sopra il letto. Una volta, mi aveva raccontato, il ruolo che Savini ricopriva aveva un altro nome, quello di Papa.
Questo perché non c’era un Redentore.
Beh, non che non ci fosse stato.
Ma era morto da tanto di quel tempo prima che non serviva più a nulla. Erano nati altri peccati, intanto, e il numero di peccatori era cresciuto a dismisura, quindi la Santa Madre Chiesa aveva istituito un nuovo Messia. Non d’arbitrio, ovviamente. Era arrivato così, dal nulla, per salvarci tutti, mi raccontava mia madre, predicando fra i poveri.
Di paese in paese, di nazione in nazione, Egli andava con i Suoi piedi, vestito solo di poveri stracci, e parlava al cuore dei miseri, dei diseredati, degli affamati. La Sua città natale era Betlemme, come il primo Messia, e di lì la Sua parola e il racconto dei Suoi prodigi giunsero ovunque. Il mondo, in rovina, rispose. Milioni di persone si convertirono alla Sua dottrina. Un oceano umano di poveri Lo seguiva sempre, e Lui li nutriva con i Suoi miracoli, creando cibo, le Sue preghiere, creando fede, e la Sua parola, creando conforto.
Con loro giunse a Roma.
Ovviamente non era lo stesso Messia che, sullo schermo, trascinava la croce immensa e scura, vestito solo di uno straccio intorno ai fianchi e una corona di spine sul capo. A ogni movimento brusco gli aghi aprivano nuove ferite sulla Sua fronte. La folla in piazza intonava un salmo, ripetitivo e dolce.
Mia madre mi mollò un pizzicotto perché mi aveva visto chiudere gli occhi. Avevo sonno, era piuttosto tardi e, in più, non avrei dormito molto nei tre giorni successivi.
Sarebbero stati giorni d’attesa, di chiese gremite, di dirette televisive, di veglie. E di vacanza. Ero contento perché non sarei dovuto andare a scuola e, viste la sacralità e l’eccezionalità dell’evento, le maestre non avevano assegnato compiti a casa.

Il Messia arrancava.
A un certo punto cadde. Un uomo dalla folla si protese per aiutarLo, ma venne fermato da alcuni agenti. Nonno Anzio gracchiò che lo sapeva, lo facevano sempre. Lui aveva già visto altre quattro crocifissioni, la cosa era parte di un copione vecchio di oltre duemilacinquecento anni, scritto sul Vangelo. Fece per alzarsi a prenderlo e mostrarcelo, ma l’artrite lo tenne giù e nessuno di noi gli prestò attenzione.
Il Messia si fermò ad altre soste prestabilite.
Era il giorno del Suo trentatreesimo compleanno, come era naturale, e la Sua famiglia, in collegamento via satellite, gioiva guardandoLo. Per loro la trasmissione era interrotta di quando in quando dal sibilo di un tracciante e dalla successiva esplosione, perché Pechino era zona di guerra. Le Armate Messianiche presidiavano la triste stamberga della coppia sdentata e sorridente.
Questo Messia aveva gli occhi a mandorla.

(Continua sul libro...)

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