mercoledì 29 febbraio 2012

Dalla culla alla tomba (Alberto Cecon)



A un capo del ciclo il nastro trasportatore sposta il suo carico dalla morte alla vita, all’altro capo dalla vita alla morte.

I. M. Lewis, Prospettive di antropologia,
Bulzoni, 1987, p. 125



«Il signor Alzamèr!» chiamò la signorina.
Finalmente. Mi alzai, abbandonando la comoda poltroncina rossa, la rivista illustrata, le altre persone sedute nella vasta sala d’attesa. Per un attimo avevano sollevato gli occhi con annoiata curiosità per vedere a chi corrispondesse il nome dell’ultimo chiamato.
Mi piazzai di fronte alla ragazza, accennando un sorriso. «Mi chiamo Alzàmer, con l’accento...»
Senza degnarmi di uno sguardo la donna segnò qualcosa sulla sua cartelletta. «Mi segua, per favore,» disse voltandomi la schiena e incamminandosi lungo il corridoio.
La seguii. Indossava un abito molto corto, bianco, come le pareti del corridoio, che erano bianche, ma molto lunghe. Anche i suoi stivali erano bianchi, come il pavimento. I folti capelli neri le scendevano lungo la schiena; artificiali, pensai, credendo di vedere piccole ciocche bianche fuoriuscire da dietro gli orecchi.
Passammo davanti a numerose porte chiuse, bianche, su ciascuna delle quali una targa opalescente indicava l’attività che si svolgeva all’interno. Pur essendomi tutt’altro che nuove, espressioni suggestive come Il Circo dell’Esistenza o La Scacchiera Infinita non avevano ancora cessato di esercitare su di me il loro fascino arcano, e ogni volta le rileggevo con infantile stupore; ero entrato, in momenti diversi della mia permanenza nell’Ineffabile, attraverso ciascuna di quelle porte, riportandone esperienze controverse e pur sempre gratificanti. Provai, è vero, un attimo di turbamento passando davanti alla sala denominata La Piramide del Silenzio, ma si sa che non tutte le escursioni possono arrecare i risultati sperati; in compenso mi ritrovai a sorridere rivedendo l’ingresso dell’Equinozio Cromatico, e addirittura mi emozionai, quasi piangendo, mentre oltrepassavo l’Eterna Variante di Grubenul.
La signorina in bianco si fermò verso la fine del corridoio, all’altezza dell’ultima porta. «Si accomodi, prego,» disse con aria professionale. Lessi il nome della stanza, Dalla culla alla tomba, poi guardai la ragazza, per chiedere conferma, abbozzai un sorriso, e mi avvicinai all’uscio. La porta scivolò di lato. Entrai.
L’ambiente era altrettanto luminoso dell’esterno, se non di più; in lontananza vidi moltissime persone muoversi indaffarate avanti e indietro, intente a compiti la cui natura mi era impossibile comprendere. Mi sembrò che si affaccendassero attorno a una grande struttura dall’aspetto metallico; credetti di scorgere, nella forte luce bianca, una serie di cerchi concentrici apparentemente sospesi nel vuoto, dai quali enormi congegni, strumenti incomprensibili, indecifrabili dispositivi si dipartivano perdendosi nella vastità del locale. Di tutte le stanze che si affacciavano sul corridoio, quella era l’unica che non avevo mai visitato.
Il mio stupore non passò inosservato; vicino all’ingresso, dietro un lunghissimo bancone bianco, una signorina accennò un sorriso. «È la prima volta, immagino.» Annuii. «Sì, qui dentro sì.» Mi avvicinai. Seduta dietro una piatta superficie trasparente, digitava un’incredibile quantità di dati che vedevo sgorgare come dal nulla, dinanzi a me, al rovescio; sebbene potessi udire l’incessante ticchettio prodotto dalle dita, da dove mi trovavo non riuscivo a scorgere le sue mani. Il vestito era bianco, naturalmente, e i capelli corvini; aveva gli occhi viola, notai, mentre il suo sguardo rimaneva fisso sullo schermo anche quando mi si rivolgeva.
«Questo non è il suo primo viaggio,» disse la donna senza distogliere l’attenzione dalla marea di simboli che le scorreva innanzi. «Vedo che ha già varcato tutti gli altri Cancelli.»
I Cancelli. Che buffo termine, pensai, usato in quelle circostanze: così pomposo, letterario, in quell’ambiente così asettico. «Sì,» confermai, «ho voluto provare tutte le esperienze; spero solo...» Feci una pausa, pensando di attirare la sua attenzione, ma lei continuò a fissare il flusso d’informazioni che passava sul visore. «Spero solo di aver scelto bene.»
«Non si preoccupi. Ha già deciso la destinazione?»
Tergiversai, frugando con esagerata goffaggine nella tasca interna della mia veste e traendone un cartoncino che porsi alla ragazza. Le diede una rapida scorsa, senza battere ciglio. «Molto bene,» esclamò, mentre i suoi occhi viola già correvano di nuovo allo schermo. Continuò così per un certo tempo, durante il quale, supposi, controllava i miei dati. «Può accomodarsi, signor Alzamèr,» disse infine, abbozzando il consueto sorriso formale.
«Veramente... il mio nome è Alzàmer,» obiettai cautamente.
«Come?» Lei alzò per la prima volta lo sguardo, sorpresa, come se appena adesso si accorgesse della mia presenza; poi, piegando le labbra (anch’esse viola, notai soltanto allora) in un sorriso di bonaria irritazione: «Si può accomodare, grazie,» concluse.

(Continua sul libro...)

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