mercoledì 29 febbraio 2012

Come scarabocchi su una lavagna (Alfredo Mogavero)


18 maggio

Cari mamma e papà, come sapete tutto è perduto. Qui nel ventre metallico del C5 che ci conduce al massacro regna un silenzio che non riesco più a sostenere, spezzato soltanto dai colpi di tosse di qualche compagno semiaddormentato. Persi in meditazioni più nere delle nostre divise non osiamo guardarci in volto; sotto le visiere di vetro rinforzato molti singhiozzano di paura al pensiero di ciò che troveranno ad attenderli tra le sabbie della Terra Santa martoriata dal napalm. Dagli oblò appannati posso vedere galleggiare nel cielo gli Skycat, enormi dirigibili simili a gondole che trasportano gli alti ufficiali, più in basso procede una squadriglia di Stealth senza pilota pronti a scaricare inutili ordigni sulla schiena dell’Essere che ha giurato di annientarci. Papà, ricordi la mia felicità quando mi regalasti quel fucile ad aria compressa? Era il giorno in cui compivo sedici anni, andammo in montagna e fingemmo di essere militari durante una guerra. Fu lì che ti dissi che volevo diventare un soldato e difendere il nostro paese, un soldato con un fucile vero. Cosa difendo adesso, papà? Quale paese c’è rimasto ora che stiamo per essere spazzati via dalla faccia della Terra? Ho un vero fucile ora, un Enfield di fabbricazione britannica con lanciagranate incorporato e mirino a infrarossi. Se fossi meno pavido lo userei per uccidermi, ma è un passo che non riesco a compiere nemmeno sotto l’effetto degli allucinogeni che ci propinano per impedirci d’impazzire, così non mi resta che sperare di essere tra i primi a cadere quando verrà lanciato il prossimo sterile attacco alla montagna crepitante.
Stiamo sorvolando il Mar Morto, tra poco saremo a destinazione. Vedo i contorni degli oggetti, dei corpi e della bara volante in cui siamo rinchiusi sfumarsi e danzare davanti ai miei occhi. Forse è meglio che dorma un poco.

21 maggio

Dopo tre giorni di marcia estenuante siamo giunti al campo base numero uno e sto finalmente riposando. Non vi descriverò nei dettagli ciò che ho visto lungo la strada; io stesso sto cercando di dimenticare le torme di disertori senza pelle che brancolavano in direzione opposta alla nostra sotto il cielo plumbeo del pomeriggio e le urla che salivano dalle loro gole devastate dallo Spirito Santo. Gli ufficiali e il bollettino radio cercano di farci credere che siano state le radiazioni di una bomba a neutroni a ridurli in quello stato, ma tutti noi sappiamo che è una balla; quei disgraziati si sono avvicinati troppo a Dio, là sulla montagna crepitante dove danzano strani fuochi, e sono rimasti folgorati come zanzare dentro un tubo al neon. Qui al campo ci sforziamo di fare finta che le cose procedano bene, la serenità è una maschera di cera che nessuno si esime dall’indossare. Penso spesso a Laura, nelle ore vuote del pomeriggio e della sera. Voi non lo sapete, ma avevamo deciso di sposarci. Non riesco più nemmeno a ricordare il suo viso.

23 maggio

Di notte sotto il tendone del rancio si tengono feste che non dovrebbero essere permesse. Non ho il coraggio di parteciparvi, ma le ombre che ho visto danzare in controluce attorno ai fuochi non hanno un aspetto rassicurante e le risa miste a pianti disperati che si levano al di sopra del picchiare monotono dei bongos sembrano provenire dai secoli bui dei sabba. Ci sono anche delle soldatesse: gli eccessi a cui si abbandonano in compagnia dei commilitoni posso solo immaginarli osservando al mattino le loro facce stravolte. Molte coltivano un’insana passione per gli aghi e le boccette di morfina e hanno le braccia devastate da disgustose ecchimosi.

24 maggio

Questa notte hanno passato la misura, non potrò più consumare il rancio sotto quel telone senza che il mio stomaco si ribelli al pensiero di ciò che li ho visti fare. Hanno gettato nel fuoco gli ultimi brandelli di moralità che gli restavano attaccati all’anima, poi l’anima stessa. Sono gusci di carne vuota adesso, animali antropomorfi guidati da niente e da nessuno, e forse sono anche soldati migliori. Ho il sospetto che gli ufficiali siano a conoscenza di tutto e approvino, se non incoraggino, questi intrattenimenti notturni; ciò che vogliono sono manichini privi di scrupoli da imbottire di psicofarmaci e menzogne riguardo una vittoria che non giungerà mai, ma io non mi lascerò lobotomizzare. Non intendo morire con il sorriso idiota di un povero matto che non si rende nemmeno conto della fine. Domani inizieremo a risalire il Giordano verso Jericho. Forse sotto quelle mura millenarie troverò la morte che cerco.

(Continua sul libro...)

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