mercoledì 29 febbraio 2012

Alter ego (Stefano Andrea Noventa)


La brezza salmastra dell’oceano di Terra XII gli investiva il volto come una languida carezza. Era da tempo che non assaporava una simile sensazione di pace: Marco sospirò di piacere e inalò quella salutare diffusione di nanospore ambientali. Attraverso le lenti fotosensibili degli occhiali da sole osservò i bambini che nuotavano nelle acque verdi e giocavano con l’olopalla lungo il litorale.
Questa era vita: adagiato all’ombra di una palma dal robusto tronco nero con le larghe foglie dalle venature gialle, mentre il cocente sole tropicale surriscaldava la spiaggia di fine sabbia bianca.
Vacanza: altro che il dannato dipartimento di fisica su Terra VII, altro che il dannato laboratorio di impianti neurali alter ego, filtri A.R. e nanoparticelle. Lui e la sua ragazza, anni luce lontano dalla frenetica civiltà, a guardare il classico carretto dei gelati che arrivava ronzando sugli anti-G, e scampanellando alla vecchia maniera: BIIP BIIP BIIP.
Un suono acuto e sgradevole s’insinuò nella sua mente, strano campanello: BIIP BIIP BIIP. Il sole era sempre più accecante. Sole? Ma se erano almeno tre secoli che il sole di Terra XII non era più visibile? La sua ragazza gli sfiorò un braccio. Ragazza? BIIP BIIP BIIP.
Diavolo, io non ho una ragazza!
Marco aprì un occhio con cisposa lentezza e fissò la piccola e perfida dittatrice del tempo che se ne stava adagiata sul comodino accanto al letto. BIIP BIIP BIIP. Aggiustò la mira, usando la palpebra ancora semichiusa, e assestò un colpo a mano aperta sul pulsante della sveglia. BIIP BI...
Finalmente, pensò richiudendo gli occhi nel tentativo di riacchiappare i residui del sogno di pochi istanti prima: diamine, il sole di Terra XII. Qualche documentario doveva essergli rimasto in mente. Erano, quanti? Trecentonovant’anni almeno da che quel pianeta era stato schermato dai filtri A.R. come tanti altri. Su, ora in piedi, guerriero indomito dalla volontà di alzarti tendente a zero. Aveva anche un tremendo cerchio alla testa per la bevuta della sera prima, però era stata una gran festa di compleanno: ottima compagnia, regali perfetti e ragazze da capogiro. Peccato che da un certo giro di alcol in poi non ricordasse più nulla. Pazienza: avrebbe visionato quel che aveva combinato nel resto della serata dalle registrazioni del proprio impianto alter ego.
Fece per alzarsi ma una delicata pressione lo trattenne sul letto: si guardò attorno stranito e, prima ancora di realizzare la scena completa, mise a fuoco la ragazza che gli giaceva accanto, il braccio posato sul suo petto, una gamba tra le sue, la testa nell’incavo della sua spalla, i capelli che gli pizzicavano il volto. Questa proprio! Andrea, il suo coinquilino: questa ragazza era di certo opera sua. Anche perché lui non la ricordava. Le prese con delicatezza il braccio per spostarlo ma lei mormorò e girò la testa verso di lui, schiudendo leggermente le labbra. Chissà chi era, ed era anche molto carina. Aprì un occhio. Cosa le avrebbe detto? Marco vide la pupilla contrarsi quando vi esplose un lampo di coscienza. Adesso grida... infatti.
Urlò: «Che cazz... dove sono? Tu? Clara, me la paghi questa!» Poi schizzò verso l’alto e si mise a sedere, trascinandosi dietro metà delle lenzuola che li avvolgevano, per coprire le proprie nudità, e così facendo scoprì quelle di Marco.
«Ehi.» Imbarazzato, scivolò giù dal letto per nascondersi dietro il bordo. Si sedette a terra e la testa fece capolino da sopra il materasso. I suoi occhi sgranati e allibiti non dovevano essere uno spettacolo molto dignitoso; e infatti lei scoppiò a ridere.
«Immagino che questa sia casa tua,» esordì la ragazza, cambiando discorso come se niente fosse, mentre finiva di avvolgersi nelle lenzuola e si guardava rapidamente attorno. «Molto carina. Scusa per l’urlo, io mi chiamo Sonia.»

(Continua sul libro...)

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