mercoledì 29 febbraio 2012

Albert (Patrizio Frosini)


Vedere i loro volti incerti il primo giorno di scuola. Tentare di capirne le paure, i desideri, i sogni. Cercare di guidarne i primi passi senza forzarne il cammino. Per un vecchio maestro l’emozione è ogni volta la stessa, come se il mondo rinascesse nuovo dalle ceneri del proprio passato, lasciando solo spazio alla speranza.
Guardo i miei allievi a uno a uno e provo a immaginarmi come cresceranno, quali strade vorranno e sapranno esplorare, al di là di quelle che cominciano in questa vecchia aula.
È meraviglioso poter procedere al loro fianco, un privilegio che non mi pare inferiore a nessun altro e mi fa sentire la scuola come una grande famiglia. Qualcuno, per questo, dice che sono un po’ troppo ancorato ai vecchi metodi pedagogici. Può essere. Ammetto che i cambiamenti repentini non mi trovano del tutto a mio agio. Affetto, studio, volontà, applicazione: ecco, ancor oggi, i miei riferimenti.
Le soddisfazioni sono numerose. Vedere un allievo che riesce a superare una difficoltà riempie il cuore di una gioia inesprimibile. Incontrarne un altro che eccelle riporta nell’animo l’antico stupore di fronte all’intelligenza che fiorisce e dà frutto, e una commozione difficile da contenere.
A causa di questa mia attitudine alle emozioni, c’è chi afferma ch’io sia “un maestro d’altri tempi”. Per quanto mi riguarda, considero questa frase un complimento.
La strada, comunque, non è sempre facile.
Qualche volta succede che uno studente si attardi e non riesca a tenere il ritmo degli altri. In questi casi è fondamentale rendersi affettivamente presenti e dimenticarsi un po’ la didattica, perché sapere è solo una modalità dell’essere, non certo il fine. Riuscire a dare il meglio di se stessi: ecco la vera meta del viaggio.
Quando capita che un allievo manifesti difficoltà mi avvicino e cerco prima di tutto di scoprire l’origine del problema. Se sia l’effetto di una reale carenza o solo un vincolo imposto dall’animo e dall’ambiente. A volte basta qualche attenzione a risolvere situazioni che sembrano già compromesse.
L’importante, in ogni caso, è che i miei allievi capiscano che nessuno pretenderà di conformarli a un modello precostituito e, soprattutto, che non verranno giudicati sulla base dei propri limiti.
Ogni tanto, però, si incontrano bambini che subiscono handicap intellettivi piuttosto forti, per i quali le solite strategie d’aiuto sono insufficienti, e si presenta il rischio dell’emarginazione dovuta all’impossibilità di seguire i normali ritmi d’apprendimento.

(Continua sul libro...)

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