mercoledì 29 febbraio 2012

Albert (Patrizio Frosini)


Vedere i loro volti incerti il primo giorno di scuola. Tentare di capirne le paure, i desideri, i sogni. Cercare di guidarne i primi passi senza forzarne il cammino. Per un vecchio maestro l’emozione è ogni volta la stessa, come se il mondo rinascesse nuovo dalle ceneri del proprio passato, lasciando solo spazio alla speranza.
Guardo i miei allievi a uno a uno e provo a immaginarmi come cresceranno, quali strade vorranno e sapranno esplorare, al di là di quelle che cominciano in questa vecchia aula.
È meraviglioso poter procedere al loro fianco, un privilegio che non mi pare inferiore a nessun altro e mi fa sentire la scuola come una grande famiglia. Qualcuno, per questo, dice che sono un po’ troppo ancorato ai vecchi metodi pedagogici. Può essere. Ammetto che i cambiamenti repentini non mi trovano del tutto a mio agio. Affetto, studio, volontà, applicazione: ecco, ancor oggi, i miei riferimenti.
Le soddisfazioni sono numerose. Vedere un allievo che riesce a superare una difficoltà riempie il cuore di una gioia inesprimibile. Incontrarne un altro che eccelle riporta nell’animo l’antico stupore di fronte all’intelligenza che fiorisce e dà frutto, e una commozione difficile da contenere.
A causa di questa mia attitudine alle emozioni, c’è chi afferma ch’io sia “un maestro d’altri tempi”. Per quanto mi riguarda, considero questa frase un complimento.
La strada, comunque, non è sempre facile.
Qualche volta succede che uno studente si attardi e non riesca a tenere il ritmo degli altri. In questi casi è fondamentale rendersi affettivamente presenti e dimenticarsi un po’ la didattica, perché sapere è solo una modalità dell’essere, non certo il fine. Riuscire a dare il meglio di se stessi: ecco la vera meta del viaggio.
Quando capita che un allievo manifesti difficoltà mi avvicino e cerco prima di tutto di scoprire l’origine del problema. Se sia l’effetto di una reale carenza o solo un vincolo imposto dall’animo e dall’ambiente. A volte basta qualche attenzione a risolvere situazioni che sembrano già compromesse.
L’importante, in ogni caso, è che i miei allievi capiscano che nessuno pretenderà di conformarli a un modello precostituito e, soprattutto, che non verranno giudicati sulla base dei propri limiti.
Ogni tanto, però, si incontrano bambini che subiscono handicap intellettivi piuttosto forti, per i quali le solite strategie d’aiuto sono insufficienti, e si presenta il rischio dell’emarginazione dovuta all’impossibilità di seguire i normali ritmi d’apprendimento.

(Continua sul libro...)

Alter ego (Stefano Andrea Noventa)


La brezza salmastra dell’oceano di Terra XII gli investiva il volto come una languida carezza. Era da tempo che non assaporava una simile sensazione di pace: Marco sospirò di piacere e inalò quella salutare diffusione di nanospore ambientali. Attraverso le lenti fotosensibili degli occhiali da sole osservò i bambini che nuotavano nelle acque verdi e giocavano con l’olopalla lungo il litorale.
Questa era vita: adagiato all’ombra di una palma dal robusto tronco nero con le larghe foglie dalle venature gialle, mentre il cocente sole tropicale surriscaldava la spiaggia di fine sabbia bianca.
Vacanza: altro che il dannato dipartimento di fisica su Terra VII, altro che il dannato laboratorio di impianti neurali alter ego, filtri A.R. e nanoparticelle. Lui e la sua ragazza, anni luce lontano dalla frenetica civiltà, a guardare il classico carretto dei gelati che arrivava ronzando sugli anti-G, e scampanellando alla vecchia maniera: BIIP BIIP BIIP.
Un suono acuto e sgradevole s’insinuò nella sua mente, strano campanello: BIIP BIIP BIIP. Il sole era sempre più accecante. Sole? Ma se erano almeno tre secoli che il sole di Terra XII non era più visibile? La sua ragazza gli sfiorò un braccio. Ragazza? BIIP BIIP BIIP.
Diavolo, io non ho una ragazza!
Marco aprì un occhio con cisposa lentezza e fissò la piccola e perfida dittatrice del tempo che se ne stava adagiata sul comodino accanto al letto. BIIP BIIP BIIP. Aggiustò la mira, usando la palpebra ancora semichiusa, e assestò un colpo a mano aperta sul pulsante della sveglia. BIIP BI...
Finalmente, pensò richiudendo gli occhi nel tentativo di riacchiappare i residui del sogno di pochi istanti prima: diamine, il sole di Terra XII. Qualche documentario doveva essergli rimasto in mente. Erano, quanti? Trecentonovant’anni almeno da che quel pianeta era stato schermato dai filtri A.R. come tanti altri. Su, ora in piedi, guerriero indomito dalla volontà di alzarti tendente a zero. Aveva anche un tremendo cerchio alla testa per la bevuta della sera prima, però era stata una gran festa di compleanno: ottima compagnia, regali perfetti e ragazze da capogiro. Peccato che da un certo giro di alcol in poi non ricordasse più nulla. Pazienza: avrebbe visionato quel che aveva combinato nel resto della serata dalle registrazioni del proprio impianto alter ego.
Fece per alzarsi ma una delicata pressione lo trattenne sul letto: si guardò attorno stranito e, prima ancora di realizzare la scena completa, mise a fuoco la ragazza che gli giaceva accanto, il braccio posato sul suo petto, una gamba tra le sue, la testa nell’incavo della sua spalla, i capelli che gli pizzicavano il volto. Questa proprio! Andrea, il suo coinquilino: questa ragazza era di certo opera sua. Anche perché lui non la ricordava. Le prese con delicatezza il braccio per spostarlo ma lei mormorò e girò la testa verso di lui, schiudendo leggermente le labbra. Chissà chi era, ed era anche molto carina. Aprì un occhio. Cosa le avrebbe detto? Marco vide la pupilla contrarsi quando vi esplose un lampo di coscienza. Adesso grida... infatti.
Urlò: «Che cazz... dove sono? Tu? Clara, me la paghi questa!» Poi schizzò verso l’alto e si mise a sedere, trascinandosi dietro metà delle lenzuola che li avvolgevano, per coprire le proprie nudità, e così facendo scoprì quelle di Marco.
«Ehi.» Imbarazzato, scivolò giù dal letto per nascondersi dietro il bordo. Si sedette a terra e la testa fece capolino da sopra il materasso. I suoi occhi sgranati e allibiti non dovevano essere uno spettacolo molto dignitoso; e infatti lei scoppiò a ridere.
«Immagino che questa sia casa tua,» esordì la ragazza, cambiando discorso come se niente fosse, mentre finiva di avvolgersi nelle lenzuola e si guardava rapidamente attorno. «Molto carina. Scusa per l’urlo, io mi chiamo Sonia.»

(Continua sul libro...)

Il viaggiatore (Daniele Picciuti)


Giorno 1 – Ora zero

«Che cos’è?»
Silvia indicò la sagoma scura sullo schermo. Aveva una forma sferoidale e, anche se l’immagine non era definita, c’erano buone probabilità che fosse ciò che stavano cercando.
«È lei,» disse Mauro, alle sue spalle. «Che ne pensi?»
«Sì,» rispose Silvia, digitando sulla tastiera il codice per avviare la scansione interna.
Pochi secondi di attesa e su un display più piccolo sotto lo schermo apparve una struttura tridimensionale con un puntino rosso al centro.
«È la Colombo,» sorrise Mauro. «Cazzo, Silvia, l’abbiamo trovata!»
Lei indicò il puntino rosso sul display.
«È ancora vivo. Com’è possibile?»
Mauro scosse la testa.
«Che importa? Non siamo qui per lui.»
Silvia provò un moto di disprezzo. Ogni tanto si dimenticava di che pasta era fatto il suo ex-marito.
Lui la guardò, rendendosi conto di aver indossato per l’ennesima volta i panni del cinico bastardo. Rifletté su come, in barba al tempo, lei fosse sempre più bella coi capelli raccolti e la pelle chiara come un riflesso di luna piena.
«Avvisiamo gli altri,» disse Silvia, glaciale, scrollandosi di dosso gli occhi impertinenti di Mauro. «Qualcuno deve scendere.»


Orfeo 21, Giornale di bordo, giorno 7

L’aria è come vuota, silenziosa, morta.
Nelle orecchie e nella testa le urla dei miei compagni riecheggiano ancora, inchiodandomi sul ciglio della follia, dove sento che potrei precipitare da un momento all’altro, se solo i ricordi non fossero così frammentari.
Sto dimenticando, questa è la verità.
Ma perché?
Ricordo l’infermeria, le luci al neon che tremolano intermittenti, accompagnate da un ronzio leggero. E tutto quel sangue... così rosso da far male agli occhi, di chi era?
Questo vuoto, questo maledetto vuoto...
Perché non riesco a ricordare?


Giorno 1 – Discesa

Jeremy era l’unico irlandese nel team italiano della Orfeo 21, voluto in quella spedizione dagli illustri scienziati di Padova, che ritenevano i suoi studi nel campo dell’astrobiologia i migliori in circolazione. Aveva una faccia rotonda e pochi riccioli pel di carota appollaiati sulla testa, due rossi sulle guance che si accendevano ogni qual volta mandava giù un bicchiere di gin, il che accadeva puntualmente tutte le sere dopo cena, e un accento italiano tale da farlo sembrare ubriaco anche quando non lo era.
Dopo che la voce di Mauro all’interfono li aveva chiamati tutti a raccolta in plancia, Jeremy era stato il primo ad arrivare, eccitato come un ragazzino nel giorno di Natale.
«Siete sicuri?» domandò, osservando la struttura tubolare sul display.
«È la Colombo,» confermò Mauro.
La sonda Cristoforo Colombo era decollata dallo spazioporto di Genova il 21 marzo 2150 e aveva viaggiato per centodue anni sfruttando una tecnologia mai testata prima. Questa consentiva a sofisticate apparecchiature installate all’interno di deformare lo spazio-tempo attraverso una sequenza di impulsi elettromagnetici in grado di coordinare il salto nell’iperspazio.
La Colombo aveva raggiunto luoghi inimmaginabili e finalmente era tornata, atterrando su Lira III, un piccolo mondo roccioso poco più grande di un asteroide, orbitante ai margini del Sistema Solare, per certi versi simile alla colonizzata Luna, ma disabitato.
Jeremy non stava nella pelle.
«Come soon! Voglio essere il primo a entrare nella sonda!»
Mauro si alzò dalla poltrona e gli fece cenno di calmarsi.
«Non corriamo rischi inutili. Il rilevatore di calore mostra una presenza all’interno, probabilmente il viaggiatore è ancora vivo. Tuttavia, non siamo sicuri che sia lui, quindi dobbiamo prevedere ogni evenienza.»
«Vivo?» quasi urlò Jeremy. «Ma non è possibile!»
«Proprio per questo non dobbiamo correre rischi,» insisté il comandante.
Scrutò a uno a uno i membri dell’equipaggio, cercando di interpretarne i pensieri dagli sguardi.
Stefano e Franco, i due astronauti, erano lì per dare supporto tattico e militare in caso di necessità e i loro occhi non dicevano molto più di questo. A ordine, eseguivano.
Guido, il medico di bordo, appariva preoccupato. Al contrario, Jeremy sembrava eccitato all’idea che il viaggiatore fosse sopravvissuto al lungo tragitto interstellare.

(Continua sul libro...)

Teorema sinfonico (Massimo Ferri)


1. Reclutamento

In fondo me l’ero cercata: l’anno prima avevo tanto insistito perché la mia Facoltà mi concedesse un congedo di studio all’estero. Ora, comunque, mi trovavo a metà di giugno nel cuore dell’Inghilterra, a corsi seguiti ed esami fatti. Le fanciulle che avevano colorato il mio grigio inverno inglese erano in vacanza; davanti a me, invece, si apriva la prospettiva di un’estate plumbea in un campus semiabbandonato, a preparare la dissertazione finale. Poco da stare allegri. Agli esami avevo reso poco, ma ero del tutto convinto di aver raggiunto la sufficienza.
Conoscevo un paio di studenti davvero imbecilli, eppure vicini al grado di Ph.D. (cioè il massimo), perciò mi sarei sentito proprio umiliato di non rimediare neanche il mio Master in Matematica.
Tuttavia guardavo con diffidenza il biglietto con cui il Prof. Ian Fowler in persona mi invitava a un colloquio. Mentre camminavo verso il Settore Sud del campus, dove era il suo studio, cercavo di capire cosa dovesse dirmi in privato il Numero Due dell’Istituto; che non fosse un gentile modo inglese di sbattere fuori i bocciati? Attraverso questa possibilità irritante, comunque, mi trovavo a pianificare un volo low-cost verso casa, la riesumazione della mia Panda e un’insperata vacanza all’Elba.
Fowler era un quarantenne dall’aspetto più del manager che del matematico; nonostante ci fossimo solo intravisti ma mai neanche salutati prima di allora, mi accolse chiamandomi per nome (Brutto segno, pensai). Dopo qualche considerazione sulla temperatura e sull’estate inglese, venne al dunque. «I suoi esami non sono stati brillantissimi,» disse, «e credo che sia colpa del diverso metodo universitario. Il punteggio è sufficiente per accedere alla dissertazione di Master, ma non per proseguire verso il Ph.D.,» concluse Fowler.
Molto sollevato, tentai di spiegare che a me andava benissimo, perché avevo intenzione di rientrare definitivamente in Italia dopo la dissertazione, ma Fowler parve non sentirmi:
«C’è una possibilità, però: se abbandona, per il momento, il suo programma di topologia e accetta di aggregarsi a un nuovo grande progetto dell’Istituto, allora possiamo prendere in considerazione...»
«Professore...» lo interruppi.
«Ian,» concesse lui.
«OK: Ian, mi piacerebbe molto conseguire il vostro Ph.D., ma oltre agli impegni in Italia ho il problema delle tasse universitarie. Secondo il Times, nel pacchetto dei provvedimenti del Governo c’è la triplicazione delle tasse per gli studenti stranieri.»
«Sì,» replicò Fowler con un sorriso furbo, «ma questo non sarà un problema, con uno stipendio di seicento Nuove Sterline al mese.»
Confesso che non ci capivo più niente. In clima di profondi tagli alla ricerca, come diavolo potevano offrire uno stipendio decente (per me, anzi, principesco) a uno studente straniero, per di più non eccellente? Fowler, con una finta noncuranza tutta inglese, buttò lì:
«Lei si occupa di musica.» Non era una domanda, ma un’asserzione. «Quali autori le piacciono?»
Glielo dissi.
«Ma lei ha una certa conoscenza tecnica, vero?»
Esterrefatto per le domande biascicai un «Sì.»
«Ha anche un po’ di esperienza informatica,» incalzò lui. Feci un cenno affermativo. Senza lasciarmi il tempo di intervenire, attaccò una tiritera sull’importanza scientifica del progetto (“Non mi chieda i dettagli, però: non li conosco neanch’io!”), accennò all’utilità della collaborazione internazionale, eccetera. Infine mi mise davanti un modulo di contratto a base trimestrale che io firmai come ipnotizzato.
Fowler si alzò guardando l’orologio, e prima che mi fossi ripreso abbastanza da porgli qualche domanda mi spinse gentilmente, con un cordiale saluto, fuori dalla porta. Lì, in attesa, c’era Pino, un altro italiano in esilio volontario, che mi lanciò uno sguardo interrogativo mentre entrava a sua volta nello studio di Fowler. Tornando al Settore Principale del campus, verso la mia cameretta, mi vergognavo un po’ di esser stato preso in contropiede, ma in fin dei conti tre mesi di lavoro erano già nei miei progetti, e milleottocento sterline mi facevano comodo.
Mezz’ora dopo, mentre rimuginavo sull’episodio disteso sul mio letto, nonostante i due piani che ci separavano sentii il flauto barocco di Pino intonare il solito esercizio di riscaldamento. Presi il mio flauto traverso e raggiunsi Pino nella sua camera.
È curioso come la lontananza da casa modifichi le relazioni fra le persone. Avevo conosciuto Pino a un corso estivo l’anno prima, e quel piemontese un po’ brusco ma schietto mi era risultato simpatico, ma niente più. Ora eravamo realmente divenuti amici, in buona parte grazie al comune amore per la musica. Lui stesso si definiva un montanaro, e come tale non parlava molto di sé.
Tuttavia gli occhi azzurri e vivaci rivelavano spesso la sua propensione alla curiosità e all’ironia.
«Forse i nostri duetti non piacciono tanto,» scherzò Pino quando entrai. «Anche a te Fowler ha chiesto qualcosa sulla musica? Dev’essere un modo per dirci di smettere!»
Saltò fuori che il colloquio di Pino era stato simile al mio, anche se lui aveva passato gli esami meglio di me. Questo era sorprendente, in quanto Pino, un analista complesso, studiava una matematica molto lontana dalla mia. A nessuno dei due erano stati chiariti gli scopi del progetto, né le nostre mansioni. L’unica cosa sicura era che ci avevano assegnati a sezioni distinte che poi risultarono, anzi, piuttosto lontane anche fisicamente.


2. Da Mozart a Euclide

Quattro giorni dopo, invece che su un charter per l’Italia ero di nuovo sullo stradello che, attraverso i prati e un boschetto, conduceva all’Istituto Matematico, nel Settore Sud. Finalmente si sarebbero chiarite le cose: l’incontro con il mio caposezione segnava l’inizio della collaborazione al progetto. Pino era già andato da un’ora al suo analogo appuntamento.
Entrai puntuale nell’auletta a piano terra; c’erano già altri due giovani. Sotto la lavagna troneggiava un terminale di calcolatore. Avemmo giusto il tempo di presentarci rapidamente; Lu veniva da Pechino e John da un paesino del Galles: entrambi matematici, entrambi musicisti dilettanti. All’ora stabilita entrò il caposezione; era una donna giovane, non appariscente, dallo sguardo molto intelligente. Ricordai di aver seguito un suo splendido seminario qualche mese prima.
Scrisse il suo nome alla lavagna, secondo il costume anglosassone. «Sono Dusa Browne; chiamatemi Dusa. Benvenuti al progetto Pythagoras.»
Scrisse ancora sulla lavagna “Pythagoras” e sotto aggiunse il nome di David Seaman. Non fu una sorpresa apprendere che questo progetto così carico di quattrini, di mistero e di competenze matematiche portasse la firma del Grande Capo, dell’istrionico profeta della nuova matematica applicata; tuttavia il pensiero di lavorare per lui mi diede un brivido di soddisfazione.
«Se non sbaglio, questa volta abbiamo un categorista, un analista armonico e un topologo geometrico, vero? Bene; nella nostra sezione, che è la numero tre del Reparto Elaborazione, troverete altri sette colleghi provenienti da altrettanti rami della matematica. Loro però sono in uno stadio avanzato del lavoro. Penso che siate curiosi di sapere, finalmente, cosa siete chiamati a fare, vero?» disse sorridendo Dusa. Premette un tasto del terminale. «Penso che tutti conosciate questo brano musicale.»
Per mezzo minuto ascoltammo in silenzio Eine kleine Nachtmusik. Dusa fermò la riproduzione, tornò all’inizio e batté qualche tasto al terminale. «Probabilmente avete anche visto qualcosa del genere.» Ci risentimmo Mozart, mentre sullo schermo del terminale danzavano delle linee colorate che in qualche modo seguivano la musica. Dusa fece partire il brano una terza volta, dopo aver chiamato un altro programma al computer. Questa volta a danzare erano forme geometriche mutevoli.
Finito il piccolo spettacolo, scambiai una rapida occhiata con i due colleghi: non eravamo molto entusiasti. Il secondo programma grafico era un po’ più evoluto del primo, ma era appunto roba già conosciuta. Dusa colse la nostra impressione, e con un’aria di divertito trionfo disse: «Questo però non l’avete ancora visto.»
La serenata ricominciò, e questa volta sullo schermo scorse una fitta sequenza di righe scritte. Ci avvicinammo, ma potemmo vedere solo che si trattava di simboli logici e di lettere dell’alfabeto. Alla fine Dusa fece stampare il tutto in tre copie e ce le distribuì. In silenzio guardavamo i fogli, mentre lei posava uno sguardo indagatore ora sull’uno ora sull’altro di noi.

(Continua sul libro...)

Labirinti (Matteo Gambaro)


Cosma era alto e muscoloso, un fisico possente che ispirava aggressività: sicuro nell’incedere e dallo sguardo acuto, era uno di quei tipi che si preferiva avere dalla propria parte. E Tomas l’aveva dalla sua.
Questo non era sufficiente a considerarlo un amico nel vero senso del termine, ma in tempi di relazioni consumate alla velocità di una connessione a ultrabanda, Cosma era per Tomas quanto di più vicino a un amico egli potesse desiderare ed era certo che avrebbe risolto il suo piccolo problema; per lo meno, si crogiolava in quella speranza mentre lo seguiva lungo una ripida scala rugginosa.
I loro passi risuonarono di un clangore alieno nella fredda penombra di corridoi vuoti.
L’edificio sembrava abbandonato da molti anni, l’androne deserto ospitava ancora la cabina di un ascensore fuori uso e le pareti erano tappezzate di larghe macchie di muffa.
«Sei sicuro che ci abiti ancora qualcuno?» chiese Tomas.
«Sei nervoso?» l’amico gli rispose senza voltarsi. «Te l’ho già spiegato. È tutto fittizio, creato a regola d’arte.»
«Non mi sento tranquillo.»
«E poi abitare non è il termine esatto. Comunque non corri alcun pericolo.»
Imboccarono rapidamente una seconda rampa di scale e scesero al primo sottolivello, un altro locale completamente vuoto.
La luce penetrava con deboli fasci da finestrelle ingrigite dall’inquinamento, a quattro metri d’altezza: era un vecchio parcheggio interrato, sei colonne reggevano il soffitto e sul pavimento si intravedevano macchie di vernice bianca che delimitava i vecchi spazi per le automobili a combustibile fossile.
«E ora?»
Cosma non rispose, ma mosse con passo deciso verso il lato opposto da dove saliva la rampa a chiocciola per le auto.
Tomas lo seguì in silenzio, osservando le pareti color nocciola sotto e panna sopra. Vi lesse una qualche metafora; io sto nel mezzo, si disse. Ma nel mezzo di cosa?
La metafora gli sfuggì, i pensieri si accavallavano talmente in fretta da non lasciargli il tempo di concentrarsi su uno in particolare. Viveva in un perenne stato di alterazione che consentiva a Cosma di prendere le decisioni in sua vece.
Insomma, aveva affidato il suo piano di salvataggio a un uomo che si era messo in collegamento neuronale con un pesce rosso per sapere che effetto fa vivere in una boccia di vetro. E cosa ancor più sorprendente, era sopravvissuto! Anche se Tomas aveva l’impressione che da quel giorno il suo sguardo si fosse fatto più vacuo.
Lui però non era da meno. Camminava guardando fisso la nuca rasata dell’amico, ipnotizzato dalla chiazza di pelle chiara che si affacciava fra i lunghi capelli neri, lisciati ai lati della testa; focalizzando in pochi secondi il puzzle delle principali cazzate che era riuscito a collezionare nel suo ultimo anno di vita, portò la mano alla cinta e si lasciò rassicurare dalla fredda compattezza del metallo. Ma subito gli venne la tentazione di rivolgere l’arma contro se stesso e porre fine a tutto in un istante.
«Tira fuori la pistola,» disse Cosma, quasi avesse letto nei suoi pensieri. «Eviteremo l’imbarazzo di una perquisizione e ci mostreremo disponibili.»
«Ma sei certo che sia legale?»
«Rilassati, ti ho già spiegato come funziona.»
Ma Tomas, anziché rilassarsi, prese a litigare con due mosche che non volevano saperne di lasciarlo in pace.
«Via! Via!» si sbracciava inutilmente.
«Ma che succede?»
«Maledette mosche...»
«Lasciale fare,» intimò Cosma. «Non sono mosche. Sono flycam, ci stanno monitorando.»
Sforzandosi di ignorarle, Tomas constatò che in effetti le mosche si limitarono a ronzargli intorno due o tre volte senza toccarlo, prima di prestare la stessa attenzione all’amico e sparire nel buio.
Cosma nel frattempo giunse alla rampa per le automobili ma, anziché salire o scendere, scartò di lato e si infilò in un varco nella parete.
Tomas lo seguì dentro l’ascensore, invisibile da dove erano arrivati. Notò subito la telecamera puntata su di loro, ma evitò di fissarla.
«Veramente non mi hai spiegato un granché,» protestò.
«Zitto, ora,» tagliò corto Cosma.
Laddove Tomas pensò logico trovare la pulsantiera dell’ascensore, apparve il volto di un uomo. La definizione dello schermo non era un granché, i lineamenti erano un po’ sgranati e i colori alterati.
Tornò a guardare verso la telecamera.
«I signori desiderano?»
«Ho fatto un brutto sogno questa notte,» rispose Cosma.
Tomas si voltò a fissarlo stranito: che cavolo stava dicendo?
«Che tipo di sogno?»
«Pauroso.»
«Grazie, signore.»
Il volto scomparve e l’ascensore vibrò: stavano scendendo rapidamente.
Tomas aveva molte domande da fare, ma rimase ad ascoltare il rollio dei cavi d’acciaio sopra le loro teste, così simile al ronzio del suo recente passato. Fu Cosma a rompere il silenzio.
«Liscio come l’olio.»
«Dove mi stai portando?»
«Non devi preoccuparti di niente.»
«Continui a non rispondermi. Non...» L’ascensore si arrestò e le porte si aprirono.
Vennero accolti da un energumeno ben più grosso di Cosma, dall’espressione ancor meno rassicurante e con una grossa automatica in mano.
Cosma gli consegnò la piccola Reiser che teneva sempre legata sotto la manica della giacca e Tomas fece altrettanto con la sua Smith&Wesson. L’uomo si voltò, pregandoli di seguirlo.
Tomas trattenne l’amico per una spalla.
«Ma... è arabo!» esclamò in un sussurro.
«Turco,» precisò l’amico.

(Continua sul libro...)

La vita in un segmento (Angelo Frascella)


L’odore aspro della gente compressa nell’autobus invadeva il respiro di Lisa. La ragazza si sentiva prigioniera del mezzo che la stava portando a casa. L’espressione ostile stampata sul volto del marito le chiudeva ulteriormente lo stomaco. Carlo aveva già accennato una reazione a una spinta e le vene gonfie sulle mani serrate erano un segnale inequivocabile. Regalami una domenica serena, avrebbe voluto dire Lisa.
Una voce atona la chiamò: «Signora, permette?»
Lisa incrociò lo sguardo assente di uno sconosciuto di mezz’età. La bocca dell’uomo si aprì di nuovo.
«Dramma negli Stati Uniti. Elicottero precipita su una casa a San Diego. La famiglia era di origine italiana.»
Si sarebbe aspettata un saluto. Le parole, perciò, impiegarono alcuni istanti a trovare significato. Oddio, un attentato.
L’uomo continuò: «Incendio devasta palazzo storico del centro. Crolla il tetto di una scuola durante la notte. I genitori sul piede di guerra.»
Lisa cominciò a sentirsi a disagio. Si voltò verso Carlo in cerca di soccorso, ma il marito era impegnato a rimproverare un ragazzino, colpevole di avere invaso il suo spazio vitale.
Questa volta le parole furono bisbigliate dallo sconosciuto all’orecchio di Lisa: «Non fidarti di tuo marito o fra pochi giorni morirai.»
Il cuore di Lisa perse un battito e lo stomaco le si contrasse. La ragazza si girò e vide che l’uomo si stava spostando verso l’uscita del bus. Doveva bloccarlo, ma la folla non le permetteva di muoversi. Il bus si fermò e lui scese. Lisa urlò: «Un momento, devo scendere,» ma il mezzo era ripartito.
«Dove vai? È presto.» Carlo le era giunto alle spalle e ora la osservava con un misto di fastidio e curiosità.
Lisa non poté fare altro che seguire con lo sguardo colui che le aveva appena predetto la morte. Lo vide entrare in un bar. L’insegna diceva Caffè Stella.

Gianni, proprietario del Caffè Stella, si avvicinò al tavolino, ritirò il piatto sporco e la bottiglietta vuota. «Altro, professore?»
Con fatica Samuele Natani distolse lo sguardo dal televisore e, per un istante, riacquistò lucidità.
«No, grazie, Gianni.» Poi indicò le immagini della partita sul video e dichiarò: «Finirà due a zero.» A quel punto parve di nuovo dimenticarsi della presenza del barista.
«Ragazzi, anche stavolta si perde,» annunciò Gianni ai pochi clienti.
Omero, seduto come ogni sera al bancone, sussurrò con aria complice: «Gianni, perché continui a servirlo? Non paga il conto, spaventa i clienti con la sua stranezza e rovina tutte le partite.»
«Una volta mi ha predetto una rapina. Non gli ho creduto e il giorno dopo due bastardi mi hanno ripulito la cassa. Da allora ho sempre una pistola qui con me.»
Si inserì un altro assiduo del bancone: «È davvero professore universitario di fisica teorica? Dicono abbia avuto un esaurimento dopo che la moglie è morta...»
In quel momento, senza preavviso, Natani si alzò e si diresse verso l’uscita. Gianni lo seguì.
Il barista procedeva di fianco al professore che, come sempre durante quel tragitto, pronunciava frasi sconnesse. Natani si voltò a guardare un punto alle loro spalle.
«Cosa vede, professore?»
La risposta parve arrivare da lontano: «Sono inciampato sul marciapiede. Omero chiama una donna. Vorrebbe darle una borsa. Tu sei accanto a me. Poco dopo muoio.»
«Quando?»
«Il ventisette maggio.»
Non era la prima volta che l’uomo annunciava la propria fine, ma mai aveva fornito la data precisa. Gianni consultò il datario dell’orologio da polso. «Fra due giorni,» disse a se stesso. Natani era già tornato nel suo mondo.
«Prima o poi mi spiegherai perché lo accompagni ogni sera,» commentò Omero al ritorno di Gianni.
«Lo aiuto ad attraversare. Abita qui di fronte e ci metto solo un minuto.» In sostanza non aveva risposto.

(Continua sul libro...)

Il senso della vita (Andrea Viscusi)


Hal Baley morì un due di luglio. Aveva cinquantasette anni.
Naturalmente non sapeva che sarebbe morto, e non pensava che potesse capitargli così presto. Fu solo uno sfortunato incidente, anche piuttosto imbarazzante da raccontare: era scivolato nella vasca. Aveva appena finito di fare il bagno, si era alzato in piedi per uscire ed era scivolato sul fondo viscido. Battendo la nuca sul bordo di ceramica aveva perso i sensi. In realtà, il colpo non era stato così terribile da ucciderlo, ma dopo essere svenuto era sprofondato sott’acqua ed era annegato. I suoi familiari si accorsero dell’incidente più di un’ora dopo, quando cominciarono a chiedersi perché ci mettesse tanto. Ma questo Hal non lo seppe mai.
In effetti, non sapeva nemmeno di essere trapassato. Il colpo era stato troppo rapido perché avesse potuto registrare quello che era successo, e la morte era sopraggiunta mentre era incosciente.
Perciò si meravigliò parecchio quando, nell’istante in cui il suo cervello si rassegnava all’assenza di ossigeno, tutta la sua persona si ritrovò in un salone ovoidale, dal soffitto a volta intarsiato di mosaici multicolori.
«Che ca...» fu la sua prima reazione.
Quelle due sillabe smorzate attirarono l’attenzione di alcuni dei presenti. E ora che ci faceva caso, erano molti, i presenti: l’intera sala, che poteva misurare venti metri in larghezza e più di trenta in lunghezza, era gremita di persone. Individui di tutte le età, etnie, forme. Tutti però erano vestiti allo stesso modo: una sorta di vestaglia di un azzurro carta da zucchero molto tenue, senza maniche, che arrivava poco sotto le ginocchia, nonostante altezza e stazza variassero molto da un individuo all’altro. Hal si accorse che anche lui indossava quel pigiama solo quando si osservò: aveva creduto fino a quel momento di essere ancora nudo, com’era nella vasca, e quel tessuto era talmente leggero e impalpabile che non ne aveva percepito il peso o la sensazione sulla pelle.
Stabilì in quel momento che la situazione era piuttosto insolita.
«Mi scusi,» disse rivolto a un uomo che poteva essere suo coetaneo, battendogli delicatamente un dito sulla spalla e stando attento a non alzare troppo la voce, perché nonostante la grande calca il silenzio era pressoché assoluto. «Saprebbe dirmi... dove siamo?»
L’interpellato lo fissò per alcuni secondi con aria sospettosa, come cercando di capire se quella domanda fosse uno scherzo. Poi scosse la testa, con un sorriso beffardo. «Eccone un altro che non se n’è accorto.» A quelle parole, come poco prima, altri si voltarono a fissarlo.
Hal si guardò intorno, cercando di capire qualcosa dall’atteggiamento dei suoi compagni di chissà-cosa, ma nessuno sembrava volerlo aiutare. Avevano tutti la stessa espressione tristemente divertita dell’uomo a cui aveva fatto la domanda. Passò almeno mezzo minuto prima che un’anziana donna, dopo aver emesso un grugnito, gli rispondesse: «Sei morto, bello. Come tutti noi.»
«Io... cosa?» non riuscì a trattenersi. «No, è impossibile, io...»
«Sei morto, proprio così,» confermò il suo coetaneo. «Defunto, deceduto, estinto, passato a miglior vita. Fattene una ragione. Ogni tanto ne arriva qualcuno che non ha fatto in tempo a capire che la sua vita è finita, ma posso garantirti che è così. Io, per esempio, ho avuto tutto il tempo di gustarmi i miei ultimi attimi, mentre la motrice del camion che mi è venuto addosso mi sfondava lentamente il torace.»
Hal deglutì. Il tizio pareva comunque essersi ripreso bene, dopo l’incidente, ma decise che era meglio non farglielo notare: sembrava che la faccenda lo amareggiasse ancora un po’. «Ma come... io ero in casa, stavo...» Cercò di capire come poteva essere successo, ma non riusciva a immaginare come si potesse morire facendo il bagno.
«Non so come, ma è così. Mettiti l’animo in pace. E abituati anche al fatto che la “miglior vita” a cui sei passato è questa.» Ciò detto, l’uomo gli voltò le spalle. A quanto pareva non aveva altro da aggiungere, o comunque non voleva farlo.
Hal cercò di digerire quanto aveva appreso. Gli ultimi due minuti della sua vita (o non vita) erano i più intensi che gli fossero capitati: era morto in circostanze ignote, aveva scoperto di essere morto e ora si trovava... dove? Era il paradiso, quello? In ogni caso, era un “aldilà”, anche se aveva più l’aspetto di un museo di arte moderna. Il pavimento era costituito da un incastro di mattonelle ovali, dal colore lattiginoso. Il soffitto decorato scendeva giù, e anche se la vista gli era preclusa dalla folla che lo circondava in ogni direzione, ipotizzava che la sala non avesse vere pareti, ma solo quel mosaico che partiva dal pavimento e si sviluppava come una cupola. Oltre le vetrate colorate non si riusciva a scorgere niente, e la luce non sembrava provenire dall’esterno, infatti non si vedevano ombre multicolori sul pavimento. Non c’erano ombre affatto, a dirla tutta.
Va bene, si disse. Sono morto. Posso accettarlo, sono adulto. D’altra parte tutto questo non può essere un fenomeno naturale, è troppo assurdo. A meno che non siamo stati rapiti in massa dagli alieni, o cose del genere. Ma il tizio qui ricorda di essere stato spiaccicato da dieci tonnellate di camion e adesso è davanti a me, quindi deve esserci qualcosa di sovrannaturale in tutto questo. Andò avanti per alcuni minuti riflettendo a quel modo, cercando ipotesi alternative e prove a favore e contro di esse. Giunse presto alla conclusione che non esisteva una spiegazione migliore di quella che gli era stata fornita.
Ma qualcosa ancora gli sfuggiva. C’era un elemento, un dettaglio che rendeva tutta la storia dell’aldilà poco convincente. Lo aveva colto a livello subconscio, come gli capitava spesso in altre occasioni. Non che avesse un talento particolare, quello che avvertiva non era diverso dalle intuizioni che capitano a tutti, ogni tanto, ma nei suoi cinquantasette anni di convivenza con se stesso aveva imparato a conoscersi, e riusciva a identificare subito quei momenti: la sensazione netta di una risposta valida e precisa, nascosta da qualche parte nella sua testa. In quei casi, era ormai assodato, per riuscire a rintracciare l’idea centrale doveva agire metodicamente, partendo da ciò che sapeva e seguendo una catena di collegamenti fino ad arrivare a quello che aveva innescato il prurito.
Fu proprio così che fece.
Partì considerando buona l’ipotesi di partenza, e cioè che lui e tutti gli altri fossero morti. Se questo era vero, allora si trovavano in un qualche genere di oltretomba. Passò in rassegna tutte le tipologie di aldilà che conosceva, ma non trovò nessuna corrispondenza. Era comunque possibile che nessuna religione avesse visto giusto. Tornò a guardarsi intorno, alla ricerca di qualche indizio, e un primo pezzo del puzzle trovò il suo posto: il fatto che potesse guardarsi intorno era sospetto. Come poteva il paradiso/inferno/quel-che-era consistere in un’unica stanza? Ecco cosa non andava: erano troppo pochi, lì dentro. Ma non solo.

(Continua sul libro...)